
Romano Prodi si incammina lentamente verso l’oblio e, deposte le armi, si abbandona alla fase più meditativa e feconda del suo percorso politico. L’uomo, finalmente libero dall’oppressione del compito più squisitamente operativo, adesso si apre ad una riflessione generale sui problemi del paese e senza condizionamenti.
Si capisce il travaglio di chi, messosi generosamente al servizio del paese, si sente in qualche modo ingiustamente rifiutato da una società troppo ancorata ai suoi cronici difetti e incapace di comprendere fino in fondo la rivoluzione abortita.
Una rivoluzione - giova ricordarlo - difesa con una forza d’animo che ha pochi precedenti nella storia repubblicana, ma soffocata sul nascere dal complotto dei mai domi poteri occulti e reazionari le cui mefitiche influenze hanno avuto la meglio perfino su uno statista di tale sublime levatura.






