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D'Alema

Batracomiomachia

Il mandato di pochi giorni fa, dato dal Presidente della Repubblica a Franco Marini, non mi ha stupito. L’incarico esplorativo - per sondare un possibile governo che si dedichi alla legge elettorale - ha però un certo gusto “retrò” ed assomiglia molto a qualcosa di già visto: la crisi del primo governo Prodi e la nascita del governo D’Alema.

 

Quando il cognome diventa professione

Tutti quanti, compreso chi scrive, ci riempiamo la bocca con la parola “democrazia” e non ci rendiamo conto che continuiamo a credere che la nostra illusione sia la realtà. Poi, ti svegli un giorno e scopri che Matrix ti ha fregato un’altra volta e la retina comincia a percepire qualche stringa verde in campo nero che scorre e disturba l’immagine del solito mondo che pensiamo di avere di fronte.

Succede stamattina leggendo della faccenda Unipol e di come va sviluppandosi la questione, ma senza addentrarsi nella polemica sul confine tra tifo e diritto penale. Basta scoprire che nessuno, tranne un ignoto burocrate della Camera, aveva nemmeno ipotizzato che D’Alema potesse non essere deputato al Parlamento italiano nel periodo in cui si sono verificati i colloqui telefonici tra lui e la cordata degli scalatori.

 

Lettera dal carcere di un detenuto iraniano

Caro Signor D’Alema,

sono un detenuto nel braccio della morte di un carcere iraniano e le scrivo questa mia per scongiurarla di non importunare oltre il governo iraniano in merito alla frequente applicazione della pena capitale. Mi rendo conto che questa lettera potrebbe sembrarle contraddittoria o suggerita dalla feroce polizia locale, ma le garantisco che è frutto esclusivo della mia inquietudine che cresce costantemente da quando ho letto che il ministero da lei guidato ha espresso pareri non del tutto lusinghieri sull’argomento.

 

Le spiegazioni di Latorre accusano e non assolvono

Con questi qua l’accordo non è possibile. Punto. E’ tempo perso mettersi a discutere della rava e della fava perché noi partiamo da un concetto di legittimità e di normalità dell’azione politica che non coincide con quello degli eletti. Il problema, in fondo, sta tutto lì.

Per rendersene conto basta leggere la lettera accorata che Nicola Latorre ha spedito agli orchi complottisti del Corrierino e che, dal suo punto di vista, dimostra la sua totale estraneità ad eventuali illeciti.

Ecco, la sua idea di cosa sia legittimo fare per un politico si desume da questi illuminanti passaggi:

“[…] da più di due anni i mass media disquisiscono con asserita competenza su argomenti estremamente delicati e complessi e che costituiscono oggetto di valutazione da parte di alcune Procure della Repubblica.”

 

Giudicare un giudice

Il capo dello Stato minaccia un giudice, come sempre col coraggio dell’anonimato, a cui è scappata di bocca una grave accusa su due pezzi grossi della maggioranza. Se il parlamento concederà l’autorizzazione a procedere, i due politici potrebbero finire sotto inchiesta per le loro responsabilità nel tentativo di acquisto di una grande banca nazionale da parte della compagnia assicurativa facente capo al loro partito. Invece di scatenare un’ondata di indignazione verso i due politici rossi, non solo per la vergogna, è quel giudice a finire nel mirino dell’intera classe politica. E’ scattata una corsa al linciaggio politico del magistrato condannato per direttissima per aver diffamato la rispettabilità della politica. Niente indulto, niente sconti di pena per il reato di lesa maestà. E’ lo scambio di ruoli tra la giustizia accusata di violare la legge e una politica che fa la parte dell’innocente solo perché accusata. Non fanno più scandalo i rapporti perversi tra politica e finanza.

 

Caro Berlusconi, voto no anch’io

Se Forza Italia, come sembra dalle anticipazioni balneari del suo scapigliato duce, voterà contro l’utilizzazione delle intercettazioni politiche nell’ambito delle inchieste sulle scalate bancarie, il sottoscritto, alla prima occasione utile, farà altrettanto sulla scheda elettorale annullandola.

Mica per populismo o per demagogia, e nemmeno su sollecitazione dei pruriti patibolari di Di Pietro e della sua combriccola di nostalgici di Mani Pulite, ma per una serie di considerazioni che vado a spiegare.

 

Bondi e il garantismo dei miei stivali

Cominciamo con un’ammissione che non costa alcuna fatica: i portavoce di Forza Italia e dei capibastone del partito sono inguardabili, da sempre e non perdono occasione per dimostrarsi del tutto inadeguati al compito. Certo, se “portano voce” qualcuno gli avrà detto cosa dire quindi si può tranquillamente assumere che anche coloro di cui portano il verbo, specie su certi argomenti, siano altrettanto inguardabili.

 

A pranzo coi cannibali

D’Alema è così, un personaggio eccentrico che si crede investito da Dio in persona di un talento fuori dal comune, ma alla prova dei fatti un improvvisatore un po’ naif convinto che l’idea trasgressiva e controcorrente sia sempre segno indubitabile di una lungimiranza politica riservata a pochi eletti.

 

Dietro Ricucci c’è solo paura

Messi nel sacco da un odontotecnico di Zagarolo, i nostri politicanti di serie C si chiudono in coorte e tuonano in ogni direzione possibile nel tentativo grottesco di sottrarsi ad ogni coinvolgimento nell’affaire scalate bancarie e mediatiche. Dalla magistratura distratta di D’Alema alla spazzatura berlusconiana, finalmente ci troviamo di fronte ad un gruppo unito che dimostra una visione del mondo con moltissimi punti di contatto rappresentati alla perfezione da Gianfranco Fini che non esita a consegnare alle agenzie una dichiarazione in stile D’Avanzo che lascia esterrefatti: il casino delle intercettazioni è stato fatto scoppiare ad arte da chi persegue obbiettivi diversi dall’interesse nazionale. Chapeau!

 

D’Alema apre alla Siria in cambio di protezione per gli italiani in Libano? On. Marco Zacchera

 

 
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