
Trattino fobia. La moda di appiccicare termini a quel trattino per inventare ogni genere di “fobia” sta aggiungendo nuove appendici al grasso vocabolario della politica. L’inflazione di “fobie” è un sintomo loquace della difficoltà di comunicare. Giornata mondiale contro l'omofobia, dichiarazioni contro l'islamofobia... ma non è l'omosessuale o l'islam che fa paura. La vera paura è fare i conti con l'omosessuale e con l'islam. Ma chi ha davvero paura, non parla, come tante donne musulmane in Italia, vittime di drammi invisibili.
L’inflazione di “fobie” è un sintomo loquace della difficoltà di comunicare. Usare la “fobia” vuol dire giudicare determinati problemi talmente intrattabili da considerarli patologici. Quindi impossibile da risolvere se non imprigionandoli all’interno di ghetti sociali, economici, culturali e politici. Oggi è stata la giornata mondiale per la lotta contro l’omofobia. Nel turbine di manifestazioni organizzate per accendere la sensibilità delle opinioni pubbliche una in particolare buca la cappa di conformismo che circonda anche questi eventi. L’Iran è in vetta alla classifica globale per le persecuzioni a cui sottopone con sistematica violenza le sue comunità omosessuali. Oltre al carcere e a pene corporali, l’omosessuale è vittima di un ostracismo sociale che penetra nella sua stessa famiglia per fare terra bruciata intorno a colui che ha violato la legge divina e la legge degli uomini. Allora l’omofobia è il coperchio di un problema radicato nella negazione dei più elementari diritti dell’uomo, un problema che trascende la sfera sessuale così come quella religiosa e politica. Un’altra “fobia” opposta proviene sempre dalla mezzaluna musulmana, ma marcia in senso opposto. L’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI) ha approvato una dichiarazione di condanna contro l’islamofobia che sarebbe diffusa dal vizio occidentale di confondere l’islam col terrorismo. Quest’apparente vocazione al dialogo e alla moderazione cade però nel vuoto della stessa ipocrisia che l’OCI vuole combattere. I protocolli ufficiali occultano una realtà quotidiana di propaganda politica anti-occidentale che si fonde ad una forsennata predicazione religiosa – una ferrea saldatura che la dichiarazione contro l’islamofobia neppure scalfisce. In mezzo a questi giochi di retorica resta schiacciata la realtà, in cui si scatenano fobie che non hanno bisogno di virgolette perché sono reali. Souad Sbai è presidentessa dell'associazione delle donne delle comunità marocchine in Italia (ACMID-Donna) e collaboratrice alla stesura della Carta dei Valori per le comunità straniere italiane. Ha denunciato lo stato di servitù al quale spesso i mariti riducono le donne musulmane che vivono in Italia. Si tratta di comunità musulmane nordafricane, con bassissimi livelli di istruzione che provengono da zone rurali profondamente arretrate, nelle quali la figura maschile resta dominante. Private di documenti di riconoscimento e della possibilità di apprendere i rudimenti della nostra lingua, sottoposte a sevizie fisiche e psicologiche, costrette a convivenze poligamiche: questa è la fotografia di una larga quota di donne musulmane in Italia. Però nessuno si azzarda a coniare una apposita “-fobia” per questi drammi invisibili. La realtà è sopraffatta dalle “fobie” mediatiche e ideologiche, più gustose da masticare nei salotti buoni del moralismo di destra e della critica snobista di sinistra. Non è l'omosessuale o l'islam che fa paura. La vera paura è fare i conti con l'omosessuale e con l'islam. Ma chi ha paura, non parla. Le “fobie” sono il rumore della porta che sbatte quando le chiavi delle ideologie chiudono a doppia mandata ogni confronto, imbarbarendo la politica con logiche di chiusura e soffocamento dei reali problemi – in attesa della giornata mondiale contro ogni “-fobia”.














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