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Padoa-Schioppa ad un bivio

Mentre si stanno concludendo le amministrative siciliane con il risultato che ci si aspettava e mentre Leoluca Orlando non ha perso occasione per fare la figura del beota, il capitolo pensioni si riapre diventando sempre più attuale. Romano Prodi ed il suo immobilismo si ritrovano adesso in grossa difficoltà; le pressioni da Bruxelles sono sempre più continue e nel governo non si sa più che pesci pigliare, soprattutto chi di "pesci" ne sta trovando pochi, ovveroPadoa-Schioppa. Un dei vincoli che il ministro dell'economia dovrà affrontare per far fronte a questo e ad altri problemi è l'indipendenza dell'esecutivo dalle scelte del movimento sindacale che alla fine sta condizionando molte scelte di governo. Non si tratta però solo di una "schiavitù" riguardante la sinistra radicale come verrebbe immediatamente da pensare, ma di un legame stretto con una buona parte della maggioranza di governo. Di certo questo è uno dei grandi problemi che sta rendendo faticoso il cammino degli uomini a Palazzo Chigi dato che spesso questa dipendenza viene usata per far pressione sui riformatori e sui sindacati più piccoli e meno potenti. Infatti nessun grande dirigente di sindacato può pensare di poter avviare una trattativa per poi essere scalvacato dalla discussione parlamentare. Le molte richieste delle confederazioni fanno quindi spesso da contraltare alle esigenze del governo di saltare le decisioni complicate ed in questa situazione, parlando di pensioni, Padoa-Schioppa rischia di essere triturato. La situazione del ministro dell'economia è assolutamente singolare. La figura di questo tipo di ministero è da sempre quella più importante per qualsiasi governo, la più potente tanto per parlarci chiaro. Ed in effetti Padoa-Schioppa lo dovrebbe essere. Sta di fatto però che non essendo un uomo di partito la sua vita politica è dipesa da Romano Prodi. In una situazione del genere voi capite perfettamente a che razza di ingerenze quotidiane sia sottoposto il "vostro" ministro dell'economia. In più dovrebbe essere lo stesso Prodi a doverlo difendere dagli attacchi dell'esecutivo e, come abbiamo visto, questa sua capacità è in evidente declino; basta ricordarsi tutti i ricatti che quotidianamente i ministri subiscono da forze politiche "nane" che vogliono invece far la parte dei "giganti". Ecco il perchè dell'ultimatum del ministro dell'economia ai sindacati: O entro giugno si fa un accordo che non costi di più di 2 miliardi e mezzo oppure via libera alla riforma Maroni. Il ministro avrebbe inoltre anche un'altra possibilità da usare qualora la maggioranza lo sconfessi davanti ai sindacati e al governo stesso, l'arma segreta potrebbero essere le sue dimissioni. Decisione questa che inevitabilmente destabilizzerebbe il governo è lo porrebbe in una situazione di scarsa credibilità sia in Italia che all'estero. Eppure questo è il reale bivio di uomo che ormai non sa più come fare per cercare di far mettere un minimo di comprendonio ai leader comunisti che se da una parte sono convinti che il governo non potrebbe resistere davanti ad un duro scontro con i sindacati, dall'altra non riescono a capire che il governo reggerebbe precariamente anche davanti ad uno scontro con gli ambienti economici tra l'altro molto critici in questi ultimi tempi. Forse un accordo di massima con molte confederazioni che tenga conto dei dati oggettivi potrebbe essere la soluzione possibile, senza che però non ci si metta di mezzo la sinistra massimalista che invece non vorrebbe mollare la presa (soprattutto con le amministrative di mezzo). Quindi è molto probabile che la concertazione "totale" fra sindacati, maggioranza ed opposizione sul tema pensioni avverrà finite le amministrative anche tenendo conto i "nuovi equilibri politici" raggiunti con le elezioni. Da qui poter dire che possano poi arrivare dei risultati tangibili mi pare azzardato quanto improbabile, con un esecutivo sempre più in rotta e diviso. Non solo al suo interno. A rileggerci

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