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Il suicidio dei palestinesi

Punto e a capo. Il finale dell’ennesima puntata quotidiana di omicidi incrociati tra le due fazioni al potere in Palestina si conclude con la replica della solita tregua. Prima le scariche di fuoco per abbattere leaders e militanti dei gruppi armati, giusto per far capire che le armi restano il vero scettro del potere a Gaza. Quando i caricatori si sono esauriti, allora scatta la tregua mediata dagli arbitri egiziani, che vale giusto il tempo di procurarsi nuove munizioni e scegliere nuovi bersagli. Fantasie? E' la realtà dei fatti, confermata ancora una volta da tutti i notiziari globali - quelli dove il conduttore non è Mickey Mouse che predica l'antisemitismo. La dirigenza palestinese non riesce a governare la Palestina perché non riesce a governare se stessa. E’ inutile confinare la violenza urbana a fenomeno esterno alla politica. L’eruzione di omicidi tra fazioni è la conseguenza del rifiuto politico di approvare una adeguata legge sulla sicurezza. Solo pochi giorni prima degli scontri il presidente Abbas aveva concordato col premier Haniya e il ministro del’interno al-Qawasmi l’attuazione del piano per la sicurezza interna. I primi risultati sono racchiusi nelle bare, insieme alla dimissioni del ministro dell'interno, un colpo mortale al governo nato appena due mesi fa per stringere l' "unità nazionale" (?) dopo due anni di guerra civile. L’unica razionalità che guida le due fazioni al potere è la lotta per l’annientamento di ogni nemico – dove il nemico è chiunque non condivida identità e obiettivi. Meglio spargere il proprio sangue in un’interminabile lotta intestina piuttosto che coagularne le energie per fronteggiare Israele. Queste orde di barbari armati di munizioni e odio saranno i padri fondatori dello stato palestinese? La violenza tra le bande di Gaza è il suicidio della nuova generazione di politici, rispetto ai quali i capi storici possono rappresentare ancora oggi un’alternativa più affidabile perché hanno capito che l’annientamento del nemico produce solo il proprio auto-annientamento. Le ultime briciole di legittimità internazionale rimaste al governo palestinese sono spazzate via dalle raffiche dei proiettili. La più timida ambizione ad abbozzare sul calendario una tabella di marcia per il processo di pace sparisce nel mondo dei desideri – proprio nel giorno in cui il ministro degli esteri israeliano Livni intravede la possibilità di un ritiro dalla Cisgiordania. Parole pesanti, ma non quanto il piombo dei proiettili che hanno perforato il nuovo progetto di pace. Sia Israele che la Palestina sono colpite da profonde crisi interne. L’unico vantaggio è che nessuno dei due competitori è in grado di danneggiare seriamente l’altro. Sempre pochi giorni prima i palestinesi avevano scagliato minacce di morte contro un’eventuale incursione israeliana a Gaza. Di fronte agli ultimi scontri, quelle minacce si riducono a sibili di vento – come la credibilità della leadership palestinese. 

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