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E' finita la luna di miele? | La Voce del Padrone
 

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E' finita la luna di miele?

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Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, hanno traghettato insieme questi primi giorni di governo sul leitmotiv del «volemose bene». Buone maniere e copiosi fiumi di insulina, hanno fatto da introduzione al nuovo parlamento, ai primi ministri ed ai primi disegni di legge (alcuni ambiziosi, altri meno). «Pacatamente e serenamente» al Cavaliere non è sembrato vero l’aver iniziato così la sua neo-legislatura che, nei suoi intenti, servirà (circa a fine mandato) a dare pieni poteri al presidente della Repubblica (in una sorta di modello all’americana) e di poter poi tranquillamente sostituirsi, in un futuro prossimo, al posto di Napolitano. Il piano è ben concepito.

Dopotutto, Veltroni ed il Cavaliere, sono diventati due politici molto accorti nel tradurre i sentimenti del paese (più Berlusconi a dir la verità), e quindi, in un clima antipolitico quasi nauseante, il modo melenso usato per riprendere le redini di un’opinione pubblica lacerata, sembra aver funzionato. Persino Bossi e Casini, dopo qualche «schioppettata», sembrano essersi rimessi in linea. L’unica spina, di un clima quasi surreale per la nostra politica, risiede in Antonio Di Pietro che, sull’onda «grillina», fra un girotondo ed un lancio di manette, sta tentando in tutti i modi di non risultare inutile in mezzo ad un bipartitismo che non sta lasciando scampo ai piccoli di ogni ordine e colore.

Questo passaggio, di certo epocale per la nostra politica, non sarà però indolore. Si dovrà decidere su federalismo, presidenzialismo e legge elettorale. Si dovrà decidere se avere una sola Camera e su come rendere efficiente una PA che ormai collassa il sistema. Si dovrà sacrificare e tagliare qualche spesa per evitare di rimettere le mani nelle tasche degli italiani oltre a constatare se le decisioni degli sgravi per le famiglie ed il famigerato (già al centro della discussione politica) pacchetto sicurezza, sono specchietti per le allodole o meno. Un’impresa a dir poco titanica, perché ogni decisione sulle riforme inciderà notevolmente sul ceto politico al comando, innescando, come da noi sempre accade, quel simpatico motto populista del «piove governo ladro». C’è poi la «quotidianità» dell’azione politica di governo contro la reazione dell’opposizione (per il momento inesistente). Oggi i rifiuti, domani cento fannulloni in meno con i sindacati sul piede di guerra. Oggi l’ICI, domani tremila immigrati incazzati accompagnati all’aeroporto, sempre che non facciano prima «appello».

In mezzo a tutto questo, governo ed opposizione a darsele di santa ragione. Un batti e ribatti, degno delle più belle sfide epiche anni ottanta, fra McEnroe e Lendl. Considerando i caratteri di entrambi (Walter e Silvio, non John ed Ivan), possiamo stare certi che le cose non finiranno a «tarallucci e vino». Già adesso , all’interno del Pd, serpeggia l’astio nei confronti del nuovo segretario, come a spronarlo alla contro offensiva riguardo le prime azioni del governo, che stanno portando lentamente il Pd verso un baratro da non ritorno.

Certo le intenzioni odierne sono molto più che buone, ed il senso civico che aleggia, fa avvertire quasi la voglia di emettere suoni gutturali provenienti dall’esofago, al fine di smuovere un’apatia buonista quasi palpabile. Le buone maniere, di solito, implicano il combattimento su regole ed accordi (in questo caso già siglati ben prima delle elezioni) , ma è inevitabile che qualcosa prima o poi debba andar storto. Nel dopoguerra ci riuscirono democristiani e comunisti a stilare un «vademecum» sui patti costituzionali. Proprio mentre sulla pubblica piazza volavano molotov e schiaffi. Ma quelli ahimè erano ben altri personaggi rispetto quelli che ci ritroviamo oggi, ed è difficile poter anche solamente pensare che, un governo alle strette, possa tenere duro fino in fondo in mezzo al soliti «No», più ideologici che di sostanza.

Ci sbaglieremo (lo speriamo tanto), ma è inequivocabile che i primi provvedimenti presi dal governo Berlusconi pretendono per forza un sistema intorno che li protegga. Come D’Alema ha giustamente detto pochi giorni fa: «Non basta solo la violenza». Ed ha ragione. Occorre infatti una distribuzione dei pezzi sulla scacchiera, degna di un Andreotti, oppure degna della lungimiranza di un De Gasperi o Einaudi qualsiasi. Chi ci dice che, nel momento della verità, contro tutto e tutti, il governo possa reggere l’onda d’urto? Quello del dopoguerra fu un miracolo incredibile ed in concomitanza con eventi economici e civili difficili da bissare. Un periodo durato per mezzo secolo e, ci piaccia o meno, che ha portato l’Italia ad un miracolo economico tangibile, gestito poi malissimo, ma tangibile. Tant’è che, ancora oggi, ne viviamo di rendita, almeno finchè lo Zambia non ci sorpasserà nel Pil.

L’impresa insomma è mastodontica. Il Cavaliere ha preso tutto sulle sue spalle (non poteva fare altrimenti) ed è molto probabile che alla fine, considerando gli uomini che ha intorno, darà un colpo al cerchio ed uno alla botte, con Veltroni, o chi per lui, che in fretta e furia tornerà a bastonare la maggioranza come «ai tempi» di Capanna. Per riuscire nell’impresa occorrerebbe essere statisti. Diffidare troppo ci farebbe assomigliare ai grillanti mentre, il troppo ottimismo, ci farebbe invece assomigliare ai cani di Pavlov. Ragion per cui, noi scegliamo di sperare. Non troppo però.

A rileggerci

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