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Fenomeni democristiani

Ora che il Parlamento è stato composto ed il governo si è insediato, è ancora più chiaro come l’heartquake elettorale, causato dal duo Berlusconi-Veltroni, abbia completamente ridisegnato la politica italiana. La mancanza della sinistra radicale però, non è nulla se confrontato con la situazione del centro italiano, capeggiato da Pier Ferdinando Casini. Se la sinistra estrema infatti trova il suo proseguimento moderno (Riformismo) nel Pd, il centro, cioè l’ex Democrazia Cristiana, si ritrova molto ridimensionata e del tutto ininfluente sulle decisioni da prendere nel paese.
L’errore di Casini forse non è ancora chiaro ed ancora deve maturare, ma è innegabile che, a vista d’occhio, la matematica non sia una opinione. Poche poltrone alla balena bianca, e posti istituzionali secondari, sono la summa che prepara una delle più grandi sfide che il centro italiano abbia mai dovuto affrontare. In due mostri del bipartitismo, ed un Udc al centro senza numeri e senza scialuppe di salvataggio, indica come il percorso del centro italiano rischia di diventare, non solo difficile, ma addirittura ininfluente .

Una battaglia, quella combattuta da Pier Ferdinando Casini, con delle armi che si sono dimostrate efficaci nei conflitti precedenti ma che, osservando bene, si sono oggi rivelate perdenti, nell’ondata di rinnovamento che ha investito il paese. La previsione del leader moderato infatti si basava sulle dinamiche delle coalizioni sbriciolate della Prima repubblica e sulla constatazione che il governo Prodi stava ormai in piedi con un pugno di voti derivanti dai senatori a vita.
L’Udc si basava sul convincimento che, grazie alla legge elettorale, i due partiti maggiori sarebbero stati divisi da pochi seggi, e che quindi ci fosse una situazione di ingovernabilità del paese, come era già successo con la vittoria risicata di due anni fa del centrosinistra.

Questa convinzione si è rivelata, purtroppo per Casini, sbagliata, anche se non era completamente campata per aria. L’esperienza del passato governo ed i sondaggi all’epoca, gli stavano dando ragione. Se i seggi della maggioranza fossero stati pochi, il ruolo di Casini sarebbe diventato basilare per la governabilità del paese ed avrebbe dato quel potere che avrebbe portato il piccolo partito di centro, ancora una volta, al centro della scena. Invece la vittoria, oserei dire, clamorosa del partito di Silvio Berlusconi, complice un Pd che non ha convinto ed una Lega Nord al di sopra delle aspettative, ha cambiato completamente le carte in tavola, lasciando a bocca asciutta la balena (?!?) bianca e facendo diventare gli intenti da partito «ago della bilancia», utopie.

Quei pochi parlamentari che l’Udc ha nel suo carnet, sono diventati inesistenti, non possono confluire all’interno del Pdl perché non sarebbero credibili e non possono neanche passare a sinistra dopo le crociate passate anti-Prodi del loro leader per via del loro imprinting centrista. Quello che successe tempo fa alla Lega, quando fece cadere il governo Berlusconi, si rivelò dannoso in termini di consenso elettorale. La stessa cosa è successa alla sinistra radicale, causa un governo passato flaccido e troppo opportunista. Ormai i partiti non possono fare più quello che vogliono perché, come abbiamo visto, l’elettorato non ha più intenzione di perdonare nulla. Un inversione ad «U» di Pier Ferdinando Casini quindi rischierebbe di fargli perdere anche quell’elettorato che ancora lo segue. Per questo motivo l’Udc è destinata a rimanere in mezzo al guado, e con poche soluzioni politiche all’orizzonte.

A rileggerci

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