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Pericoli pubblici

Oltre cento morti “civili”, centinaia di feriti. Appena prima, il viceministro della difesa israeliano aveva parlato di “shoah palestinese”, salvo ritrattare a breve giro di posta. Qualcuno, a Tel Aviv, ha perso la testa e si dimostra in preda ad una evidente crisi di nervi. Brutto segno, anche se pare che abbiano richiamato i blindati e che ci si possa fermare qua. Queste eccessive dimostrazioni muscolari non fanno bene alla causa di Israele, soprattutto perché offrono un bell’armamentario di alibi agli speculatori di professione, specie quelli internazionali, che si rincuorano e riprendono fiato ogniqualvolta si possa cinicamente ideologizzare un conflitto senza fine.

E tocca risentire le consuete litanie del popolo oppresso che muore di fame, vittima della crudeltà dell’occupante sionista il cui disegno è la conquista del mondo e la pulizia etnica. Ancora e sempre i buoni e i cattivi divisi dalla linea sulla lavagna coi rispettivi sostenitori a tirarsi insulti. La solita, inutile, canea partigiana che preferisce scannarsi sulle responsabilità di questo o di quello perché è più facile, o più comodo, lasciare che sia il pregiudizio a farla da padrone.

Lasciamo perdere gli ottenebrati che si dilettano a parlare di stato nazista, tra i quali pochissimi per sincero coinvolgimento emotivo e la stragrande maggioranza perché son troppo ignoranti o perchè si credono troppo furbi, per occuparci dei cosiddetti equilibristi moderati in stile D'Alema.

Io non credo che quello di Israele sia stato un intervento politicamente saggio, ma certe condanne sulla sproporzione danno il voltastomaco. Per parlare di sproporzione, che è sempre quella dell’esercito ebraico e mai quella dei razzi telecomandati di Hamas, bisognerebbe avere chiaro che il termine della questione è che un negoziato, stanti gli assunti delle parti in causa, è impossibile che arrivi a destinazione. Il punto è molto semplice: la democrazia israeliana sarà anche feroce, determinata e, qualche volta, “sproporzionata”, ma dall’altra parte ci sono una serie di soggetti politici che all’obbiettivo della distruzione di Israele non possono rinunciare. Non ci può rinunciare Hamas, che esiste solo in funzione della militarizzazione continua del popolo palestinese e che, se cancellasse quel punto dal suo statuto, sarebbe condannata a morire. Non ci possono rinunciare la maggior parte degli stati arabi più importanti (Siria, Iran e, più implicitamente, l’Arabia Saudita) perché ogni regime veramente totalitario ha bisogno di un nemico – sia all’interno sia all’esterno – per giustificare il proprio autoritarismo. Non ci possono rinunciare le autorità religiose integraliste per le stesse ragioni di cui sopra.

Il pericolo pubblico numero uno, tanto per cambiare, si chiama “dittatura”. Mi sembra piuttosto evidente che tutti questi attori non abbiano alcun interesse, ed alcuna convenienza, a raggiungere un vero accordo di pace con lo stato ebraico perché avrebbero solo da perderci. In primo luogo, dopo aver contribuito a radicalizzare all’estremo i rapporti con Israele, un eventuale accordo segnerebbe una sconfitta politica di enorme portata che sarebbe molto difficile giustificare al proprio interno. In secondo luogo, la scomparsa del nemico contro il quale coalizzare i propri sudditi lascerebbe ai cittadini stessi tempo e modo di riflettere sull’accettabilità dei regimi ai quali sono sottomessi, sulla mancanza di libertà imposta dal fondamentalismo religioso e sull’utilità di una mobilitazione militare permanente.

Per queste ragioni il cerchiobottismo dell’UE è un atteggiamento pericoloso e inutile: non si può permettere che l’accerchiamento dell’unica democrazia mediorientale abbia successo, anche a costo di dover darle supporto quando compia azioni non del tutto condivisibili. La pressione, se mai, va posta sugli interlocutori di Israele dicendo chiaramente che non si tratta con chi non abbia preventivamente dismesso lo scopo di eliminarlo dalle carte geografiche.

Esiste certamente il rischio che un appoggio senza tentennamenti, anche in situazioni scomode, possa ulteriormente inasprire il confronto, ma ogni democrazia che si rispetti deve essere consapevole che la libertà ha un prezzo. Quando si è pensato che non sarebbe stato necessario pagarlo, il rinvio del conto non è stato un buon affare e costò – alla fine - decine di milioni di morti.

Una democrazia dovrebbe far tesoro di questa lezione di Theodore Roosevelt:

“Speak softly, but carry a big stick: you’ll go far”

(Parla piano, ma portati appresso un grosso randello: andrai lontano).

Cinque anni dopo avercelo raccomandato, vinse il Nobel per la Pace. E non aveva cambiato idea.

(Nella foto, quanto ci vorrebbe la ex “new diplomacy”…)

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ritratto di Mthrandir
 

"La solita, inutile, canea partigiana..."
non solo, secondo me il fattore religioso in entrambi i lati (Israeliani/Palestinesi) influisce. A quanto rimembro (ma potrei sbagliarmi) entrambe le religioni sono granitiche e poco inclini a contemplare il perdono (sia per l'altro sia per sè stessi quando si è sbagliato).
Per cui entrambi ragionano arroccandosi sulle loro posizioni dicendo "io ho ragione, tu va all'inferno".
Fino a che ragioneranno così la soluzione arriverà solo quando ci sarà l'eliminazione fisica e totale dell'avversario.
E questo è un grosso problema, che nemmeno l'ONU può risolvere.

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