
Premessa. Mettiamo da subito i puntini sulle “i”: secondo quanto dispone l’articolo 358 del codice di procedura penale, “il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell'articolo 326 [indagini preliminari, n.d.M.] e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini."
Tradotto, il PM ha il dovere di accertare fatti e circostanze anche a favore della persona indagata. Di questo dovere previsto dalla legge bisognerà pure che cominciamo a parlare perché la magistratura inquirente italiana dell’articolo 358 sembra sbattersene allegramente i coglioni, soprattutto quando il caso scala rapidamente le classifiche dell’hit parade dell’audience televisiva e mediatica in genere.
Ma, per esperienza diretta, posso affermare che si tratti di una “dimenticanza” ricorrente anche quando il caso non arriva in prima su Repubblica. Nei fatti succede sempre più spesso, anzi troppo spesso, che i PM svolgano la loro attività di indagine non tanto per accertare i fatti, quanto piuttosto per trovare un colpevole da gettare in pasto all’opinione pubblica (caso A, cioè fatto di “nera” nella top ten) o all’infernale tritacarne dei tribunali (cas B, cioè caso locale senza eventuali ricadute pubblicitarie).
Io ho sperimentato con grande soddisfazione il caso B, ma sui casi A c’è molto da dire. Prendiamo l’ultimo in ordine di tempo, quello di Gravina. Come sanno tutte le giurie popolari pronte a mostrare il pollice verso nei confronti di Filippo Pappalardi, padre dei due fratellini ritrovati qualche giorno fa in fondo a un pozzo, il signore in questione si trova al gabbio dal novembre scorso e ci è stato messo con l’accusa di occultamento di cadavere e di omicidio.
Bene, io non sostengo che sia innocente, anche se ad oggi è da considerarsi tale, ma sostengo che una procura che si oppone alla scarcerazione ipotizzando che i due fratellini siano caduti laggiù per sfuggire all’ira del padre è una procura che sta facendo il proprio lavoro in modo pessimo e illegale. Naturalmente il procuratore può fare tutte le ipotesi che crede (e dovrebbe anche farne a favore dell’indagato), ma è l’accusa che le deve dimostrare. Possibilmente prima di mettere in galera il sospetto e di presentarsi davanti alle telecamere per fare lo splendido.
Invece Pappalardi è in galera perché dovrebbe dare spiegazioni (lui, Pappalardi) di dove avrebbe messo i figli: cioè è Pappalardi che deve dimostrare l’infondatezza dell’ipotesi dell’accusa, probabilmente anche dell’originale variante sottopostaci. Che si fa? Gli si impone qualche tiro di corda? Oppure gli strappiamo le unghie fino a quando confesserà l’atroce delitto?
Oppure qualcuno sottopone il caso a un CSM sempre pronto a rivendicare questo e quest’altro, velocissimo a trasferire i magistrati quando ci sono di mezzo nomi impegnativi, ma irrimediabilmente in coma quando vengono violati i diritti di un povero stronzo?
Guardate bene che non si tratta solo di Pappalardi, ma si tratta anche di Stasi, di Sollecito, delle maestre di Rignano Flaminio e di chissà di quanti altri. Tutti casi dove le indagini sono partite dal colpevole invece che dall’accertamento dei fatti.
Siamo sicuri che tutti questi PM abbiano fatto il loro lavoro, e lo stiano facendo, come prescritto dalle legge? Io qualche dubbio l’avrei. Perizie contrastanti, ritrovamenti farlocchi, testimonianze contraddittorie e mezzo chiamate, teoremi costruiti su presunte impossibilità alternative. Però, tutti in gabbia, qualcuno ci sta ancora, per placare la sete di sangue dei lettori di Grand Hotel.
I quali ultimi, si badi bene, poi dichiarano sfiducia generale nei confronti della Giustizia medesima quando si scarcerano gli untori. Il che è anche ovvio perché è come togliere il giocattolo ai bambini dopo averglielo mostrato per un sacco di tempo.
Il punto è che a forza di amministrare giustizia con i dati Auditel alla mano e in palese contrasto con una legge che i PM dovrebbero non solo applicare, ma difendere, si butta in vacca l’intero stato di diritto concedendo campo al giustizialismo forcaiolo dei moralmente superiori alla Grillo o alla Travaglio.
E, prima o poi, succederà che la toga la metteranno i comici e opinionisti impegnati completando l’unica vera riforma della giustizia che ci possiamo aspettare, cioè l’evoluzione dei processi da farsa in tragedia.
(Nella foto, interrogatori)














Ottimo e abbondante, dir Mitraglia.
Bello bello bravo bravo sottoscrivo sottoscrivo. Però l'ancheggiante quota rosa qui sotto a sx mi sta distraendo non poco....
A parlar male della magistratura (rigorosamente men che minuscolo) con me si sfonda una porta spalancata, giacchè un'esperienza personale - anche se fortunatamente civile e non penale - nemmeno io me la son fatta mancare.
In quel caso la mancanza di buon senso e la pigrizia di chi doveva giudicare (e, da voci di corridoio, una ventilata connivenza con la parte avversa, peraltro ben difficile da dimostrare) fece sì che l'evidenza scientifica - dimostrata, dati di laboratorio e letteratura alla mano, dal maggior esperto italiano della materia - dovette cedere il passo alle argomentazioni fantasiose e viscerali di un inesperto "pseudo-perito" amico.
Il costo di tale capolavoro di giustizia fu, per la mia azienda, le lirette corrispondenti agli attuali 90.000 eurini e, da allora, provo un sano istinto omicida per chi indossa la toga ........
Bel post. Poi dicono che la malagiustizia non sia una emergenza in Italia... ma forse è vero, visto che abbiamo una giustizia sullo stesso livello della nostra scuola, della nostra università, della nostra amministrazione pubblica, della nostra ricerca, della nostra politica, ecc.ecc.
D'altronde una magistratura che inquisisce PENALMENTE e infligge 200 Euro di multa ad un operaio perché si è aggiustato le pudenda in pubblico, è un segnale evidente di dilettantesimo e velleità da primedonne da parte dei nostri togati, più interessati alla ribalta mediatica che alla ricerca della verità.
Invia nuovo commento