
In uno dei brevi time out chiesti durante l’infinita partita etica che si sta giocando, Uolter ha trovato il tempo di presentare il programma politico-economico del Piddì. Con notevole sforzo, il tutto è stato compresso in una trentina di pagine, ma ci si potrebbe fermare al punto 2c, già impeccabilmente analizzato da Krilla.
Quella riga e mezza serve meravigliosamente a capire che il liberalismo, con buona pace di Alesina e di Giavazzi, non è di sinistra. In Italia non è neanche di destra, ma questo è un argomento di cui ci occuperemo quando il buon Berlusconi deciderà di renderci noto il suo programma quinquennale di governo. Del resto, l’elica genetica mancina è quella e chi nasce tondo non muore certamente quadrato. Per chi non abbia voglia di leggersi l’originale, eccola qua:
“La regolamentazione pubblica definisce lo spazio in cui tutte le libertà, anche quelle private, sono rese possibili ed effettive.”
Siccome si dà il caso che l’affermazione sia collocata tra le soluzioni di principio ai quattro grandi problemi italiani, ne consegue che ogni ulteriore dettaglio di politica economica, giustizia, sanità e via andando debba essere coerente con questa impostazione di fondo. Vale a dire che, nella visione bucolica veltroniana, l’individuo esiste in funzione del collettivo e il suo autonomo progetto di vita e di futuro può costruirselo soltanto in modo funzionale al perseguimento di un imprecisabile interesse generale.
Ma c’è di più, perché il rapporto assunto tra cittadino e Stato è completamente invertito nei termini:
“Anche per questo, però, essa [la regolamentazione pubblica, n.d.M.] è chiamata a giustificare il perché di divieti, ostacoli, strettoie che si frappongono fra la libertà individuale e l'effettivo perseguimento del progetto di vita di ciascuno.”
Chiarissimo: non sono i cittadini che stabiliscono un limite al potere di regolamentazione dello Stato, ma è lo Stato, elevato ad entità autonoma e terza rispetto ai singoli cittadini, che è tenuto a giustificare le ragioni del divieto. Si tratta di un progetto di riforma dello Stato democratico liberale in una Oligarchia Dispotica Illuminata delegata, de facto, a tracciare i confini tra bene e male. A maggior ragione quando il sistema elettorale sui cui si fonda la legittimità della rappresentanza politica stessa è bloccato sulle preferenze impedendo la scelta dei candidati.
Quindi, d’ora in poi sappiamo quale sia il codice giusto per decrittare la propaganda maanchista del piccolo prodigio della rivoluzione nostrana e non possiamo far finta di non sapere che mandarlo al governo significherà riconoscergli la delega a formalizzare la scelta di cristallizzare il paese nella scelta di quel paternalismo socialcorporativo al quale dobbiamo dire grazie per averci condotto fin qui.
Sul resto, ci sarebbe anche qualcosa di commestibile (tipo il disboscamento normativo), ma quel poco che c’è si vede che ci entra con scarsissima convinzione: si invoca più libera iniziativa, ma si pretende l’istituzione di Agenzie Nazionali per qualsiasi stronzata, si predica libertà di concorrenza, ma poi c’è la Commissione Speciale di esame della concorrenza che orienta e valuta.
E non mancano le idee bizzarre, tipo il salario minimo governativo che ripiomberà i precari nel nero e la promessa di tagliare le aliquote fiscali finanziando le minori entrate anche con la lotta all’evasione: tagli certi coperti da entrate incerte non sono esattamente il segnale di un’amministrazione condotta con la diligenza del buon padre di famiglia.
Insomma, letto tutto, è un compitino pasticciato e presuntuoso, un collage onirico di idee dirigiste autoctone e di ipotetiche riforme liberali il cui significato resta incomprensibile per chi non è abituato a ragionare in quei termini.
Ma ci sono anche piccoli particolari che sono significativi. Tra questi, la riforma del quorum ai referendum (che potranno essere propositivi) portato al 50 più uno dei cittadini “politicamente attivi”, cioè di quelli che hanno votato alle precedenti elezioni politiche: fuori dai denti, è una proposta incostituzionale perché contraddice l’articolo 48, quarto comma (“Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”).
Ma ci sta, perché è facile immaginare che lo Stato emetterà un certificato di dignità morale a favore di tutti i cittadini che avranno dimostrato di perseguire tenacemente l’interesse generale.
La libertà è un bene prezioso, ma quando è troppa fa male.
(Nella foto, ipotesi di ristrutturazione del Parlamento italiano)














Il punto 2c da solo e' agghiacciante... chissa' il resto... :-(
Il resto è peggio, come da premessa:-)
Non so se ridere dell'involontaria comicità uolterina (che, mi accorgo scrivendolo, assomiglia tanto ad uterina) o piangere l'improbabile messa in atto di tanta capacità ....... :-)
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