
Barack Obama, con la vittoria in Wisconsin di martedì scorso, ha resistito all’attacco dirompente di Hillary Clinton ed ha acquisito nuovo slancio mediatico per le primarie in Ohio e Texas, che a questo punto si preannunciano bollenti. La Clinton è ancora avanti nei sondaggi (+7,6% - +14,7%), ma Obama ha già dimostrato di poter colmare anche “gap” superiori. Molti analisti hanno fatto notare in questi giorni come la vittoria di Obama abbia sollevato parecchi dubbi sulla nuova strategia della Clinton, e sulle sue ultime scelte, soprattutto in fase di “casting” (scelta dei collaboratori). Di fronte a lei, tra l’altro, c’è un senatore dell’Illinois, che, se pur bravo con le parole, risulta: senza un curriculum vitae soddisfacente, ricco di una retorica quasi nauseante e privo di una preparazione politica adeguata che gli consenta di affrontare una presidenza in tutta tranquillità.
Nonostante queste sue defezioni, è proprio Obama a dimostrare come la strategia "Clintoniana" non funzioni. In poco tempo il leader nero è riuscito a rubare voti proprio nei contenitori più "granitici" di Hillary: fra le donne, gli anziani e la classe operaia degli uomini bianchi. In definitiva l’ Ohio ed il Texas potrebbero diventare la tomba politica della ex First Lady. La Clinton ha provato di tutto per fermare la scia mediatica di Obama dopo le sue numerose vittorie di queste settimane nelle primarie e nei caucuses, persino nell’utilizzare gli attacchi dell’attuale governatore del Massachusetts Deval Patrick, il quale si è anche impegnato in messaggi televisivi contro il leader nero, senza però ottenere, evidentemente, i risultati sperati.
Obama intanto celebrava la sua vittoria nel Wisconsin a Houston, davanti 19.000 persone, esortandole a dargli un altra importante spinta verso la nomination democratica durante il 4 di Marzo in Texas: "Houston, il cambiamento che cerchiamo è ancora a mesi e a miglia di distanza - ha detto Obama - e abbiamo bisogno di persone del Texas che ci aiutino a tagliare il traguardo. Avremo bisogno di lottare su ogni delegato per vincere questa nomina". Barack, non ha neanche lesinato negli attacchi verso l'avversario repubblicano, John McCain, che ha stravinto sia in Wisconsin sia a Washington e che di fatto sarà il suo prossimo avversario per i democratici a Novembre: "Io venero e onoro John McCain per tutto quello che ha fatto per il nostro paese. E 'un vero e proprio eroe, ma quando egli abbraccia il fallimento delle politiche economiche di George Bush, quando egli dice di essere disposto a lasciare le nostre truppe altri 100 anni in Iraq, allora – e solo allora - mi rendo conto che egli rappresenta il partito di ieri, mentre noi vogliamo essere il partito di domani". Si è ben guardato Obama (come fa sempre) di provare a dare qualche soluzione senza fare proclami, salvo quando, poco tempo fa, si è lasciato sfuggire la stupidaggine che per prendere Osama Bin Laden bisognerebbe invadere il Pakistan. Il solo fatto invece di incentrare nuovamente il suo discorso sull'avversario repubblicano è sintomo che qualcosa sta cambiando.
Nonostante i delegati democratici vengano distribuiti proporzionalmente la Clinton dovrà per forza fermare Obama il prima possibile, altrimenti la distanza potrebbe risultare incolmabile. Ma c’è anche un altro pericolo per Hillary. Come stiamo vedendo in questi giorni, alcuni super delegati militanti "clintoniani" (quelli che decideranno l’avversario di McCain a Novembre) stanno cambiando “casacca” a favore di Barack, rapiti anche loro dalla “ObamaMania”. Questo può diventare più che un campanello di allarme per l’ex First Lady che – da un po’ di settimane a questa parte – sta incentrando tutta la sua strategia al fine di influenzare la convention democratica di Denver per ottenere la tanto sospirata nomination.
Quella che, fino a pochi mesi fa, sembrava una camminata trionfale, sta rischiando di diventare una Waterloo. Hillary Clinton potrebbe essere testimone inconsapevole di uno dei più colossali capovolgimenti di fronte che la storia elettorale americana ricordi.
Affacciato al “balcone” invece c’è John McCain che, sotto sotto, se la ride, conscio del fatto che, di solito, fra i due litiganti, il terzo gode.
A rileggerci
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