
Romano Prodi si incammina lentamente verso l’oblio e, deposte le armi, si abbandona alla fase più meditativa e feconda del suo percorso politico. L’uomo, finalmente libero dall’oppressione del compito più squisitamente operativo, adesso si apre ad una riflessione generale sui problemi del paese e senza condizionamenti.
Si capisce il travaglio di chi, messosi generosamente al servizio del paese, si sente in qualche modo ingiustamente rifiutato da una società troppo ancorata ai suoi cronici difetti e incapace di comprendere fino in fondo la rivoluzione abortita.
Una rivoluzione - giova ricordarlo - difesa con una forza d’animo che ha pochi precedenti nella storia repubblicana, ma soffocata sul nascere dal complotto dei mai domi poteri occulti e reazionari le cui mefitiche influenze hanno avuto la meglio perfino su uno statista di tale sublime levatura.
Oggi un po’ lo rimpiangiamo e ci mancano quei fiammeggianti discorsi capaci di toccare il cuore di un popolo che ci aveva creduto e che aveva consegnato nelle sue mani la speranza in un futuro diverso. Sono tanti quelli che hanno scolpite in testa le parole che usò nel momento più caldo, quella rivendicazione fiera e orgogliosa del “duro che dura perché fa, che chi non fa non dura ed è dura durare se poi non fai. Io faccio e duro che se non facessi, o non avessi fatto, non durerei né sarei durato”.
Sono stati momenti bellissimi, ma ormai sono passati.
Tuttavia, non possiamo rinunciare anche questa ultima occasione che ci viene offerta lasciando cadere uno degli spunti più originali del pensiero prodiano. Ieri, ricordando al ministero dell’economia Beniamino Andreatta, Romano Prodi ha voluto frustare crudelmente le coscienze di tutti sbattendoci in faccia le nostre responsabilità.
In pochissime righe ha messo in luce senza remora alcuna il grande limite del nostro Paese, cioè la “drammatica brevità della vita politica italiana”.
Una sassata. In questo Paese c’è troppo turnover nella classe dirigente, troppe presenze estemporanee che durano una sola stagione e poi svaniscono, nessuna continuità nei programmi a causa del vorticoso sostituirsi di questo con quello. E’ qui che stiamo perdendo terreno, su questo punto stiamo gettando al vento la possibilità di far maturare le stelle del momento permettendogli di fare esperienza e di metterla al servizio del bene comune.
Guardiamoci attorno e fermiamoci: in questi ultimi sessant’anni, quanti hanno avuto la possibilità di restare nei posti che contano per un tempo abbastanza lungo da consentirgli di penetrare profondamente i meccanismi della cosa pubblica?
Abbiamo inseguito per decenni il cambiamento a rotta di collo trascurando di capitalizzare una serie infinita di brillanti intuizioni per puro amore della novità e senza un briciolo di attenzione alla conservazione e alla valorizzazione di quanto avevamo faticosamente acquisito.
Oggi paghiamo le conseguenze, come accusa Prodi.
Troppo volubili, troppo disposti a seguire le mode. Così abbiam perso i riferimenti e gli orizzonti hanno cominciato a diventare meno nitidi.
La colpa, in fondo, è nostra che abbiamo negato continuità nel sostegno all’agire dei politici e dimostrato poca fede nel perseguire tenacemente la realizzazione di un modello nuovo di società.
Abbiamo voluto tutto e subito. Adesso è arrivato il conto e dovremo rassegnarci a pagare salata la scelta romantica, ma miope, di esserci sempre ispirati ai versi di Lorenzo il Magnifico:
“Quant’è bella giovinezza/che si fugge tuttavia/del doman non v’è certezza/chi vuol esser lieto, sia!”
E fa ancora più male dover ammettere che davanti a questa incontestabile realtà ci debba mettere un uomo che, avesse avuto il tempo, ci avrebbe condotti verso la gloria.
Romano Prodi ebbe il primo incarico di rilievo (Ministro dell'Industria) soltanto nel 1978 e oggi, dopo neanche 30 anni, è costretto a lasciare. Se ne va un altro che, politicamente parlando, era appena un ragazzo.
Breve, drammaticamente breve, la vita politica in Italia.
(Nella foto, giovani speranze della politica italiana)














Complimenti!
Hai - come al solito - inquadrato perfettamente la piccinezza non solo di quell'omuncolo, ma di tutti i suoi simili.
Non si interrompe così un'emozione...
BiGi, ma è piccinezza molto bipartisan. Berlusconi, per citare un altro emergente, da Vespa ha sostenuto che per fare qualcosa di efficace ci voglion due legislature. Dimmi te cosa dovremmo pensare...:-)
LOL Luciano
Ma non doveva andare a fare il nonno in Pakistan? Purtroppo mortadella ha ancora una cosa da fare...le "supernomine" ed avrà tutto il tempo di farle tranquillo tranquillo elargendo gli ultimi contentini ai soliti noti che, in cambio, faranno di tutto per mettere il bastone fra le ruote al prossimo governo. Speriamo possa essere l'ultima della sue bravate e che poi, finalmente (scusa la licenza poetica), si levi definitivamente dai coglioni!
Manca solo sostituire il quirinale con una bella piramide ed il gioco è completato! :)
Ad ogni modo, i Faraoni de noi artri, sia di destra che di sinistra, di amenità ne dicono a fiumi!
Bel post! :D
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