
Premetto che io non sono bravo a mettere le citazioni colte e intelligenti qua e là per chiamare a raccolta i grandi pensatori e metterli al servizio dei miei personalissimi sproloqui. Tuttavia mi prendo comunque la libertà di disquisire pedestremente di liberalismo, a costo di far inorridire i puristi, perché o sono io che non ci ho capito niente oppure c’è qualcosa nella strategia politica di chi si professa tale che non funziona.
Probabilmente è una combinazione delle due, ma resta il fatto che i liberali, in Italia, restano costantemente una forza marginale e non hanno alcuna influenza sulle decisioni che contano. I motivi, evidentemente oscuri agli occhi di chi si trastulla di ipotetiche alleanze o di progetti fusionisti che hanno ampiamente dimostrato di essere solo pie illusioni, sono - per me - evidenti.
Il primo, e fondamentale, è che i liberali per primi non sanno chi sono e cosa vogliono. O meglio, vorrebbero volere, ma senza una piena coscienza di cosa intendano mettere sul tavolo sono destinati a restare ostaggio di una tale voglia di compromesso con chiunque si dichiari disponibile che, il più delle volte, si traduce nelle negazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbero restare incrollabilmente fedeli.
Provo a spiegarmi. Siccome i liberali fanno una gran confusione tra liberalismo e atteggiamento moderato, hanno finito per dimenticare il primo per trasformarsi in una specie di crocchio senz’anima disposto a fare concessioni a destra e a manca giustificandosi con l’alibi della tolleranza e della garanzia del pluralismo. Quindi, seguendo la folle idea che tutte le opinioni abbiano uguale dignità e che, di conseguenza, da ognuna si debba prendere qualcosa, ecco che è scattata l’affannosa ricerca di una serie di compromessi che sono tali solo per le controparti. Più precisamente, l’idea che si debba trovare un’intesa col liberalsocialismo, per esempio, comporta la necessità di concedere molto sul piano della progettazione del modello economico accettando un sistema economico più o meno misto (soprattutto più). Di fatto, si tratta del risultato di una non-negoziazione che può soddisfare un liberalsocialista, ma che distrugge uno dei pilastri del liberalismo. Mutando controparti, ad esempio quando ci si confronti coi cattolici, il risultato non cambia: è sempre il liberale che cede su un principio perché per gli altri la neutralità nei confronti di una fede è inaccettabile. Alla via così, più sono i compromessi più un liberale si dovrà accontentare delle briciole e ridursi alla definizione di moderato che, di fatto, non significa una fava. E c’è un corollario fondamentale: accettando detti compromessi si permette ai “vincitori” di fregiarsi legittimamente del titolo di liberal-qualcosa col bel risultato di partecipare a pieno titolo dei guasti da loro prodotti e sentirsi rimproverare che l’economia liberista non funziona e che la società liberale dei diritti e doveri del singolo produce egoismi e chiusure.
Tutto questo per dire che prima i liberali si rendono conto di non essere, e di non poter essere, moderati meglio sarà, anche a costo di ritrovarsi davanti a un peso politico zero certificato dai numeri. La faccenda è che il consenso va cercato su un progetto chiaro e non lo si può acquistare da chi ne ha uno, ma lo ha acquisito facendosi promotore di modelli inconciliabili di società.
Per questa via, che è rinunciataria e perdente, non c’è speranza di arrivare da qualche parte utile. Da tutto questo discende che eventuali alleanze con il compattatore berlusconiano o con il velleitario riformismo dell’Obama bianco sono alleanze controproducenti che porteranno soltanto danni e ulteriore marginalità.
E mi permetto di aggiungere che non serve nemmeno l’arrocco spocchioso dei pochi che hanno maturato questa consapevolezza: rintanarsi nelle biblioteche e parlare in termini incomprensibili alla gente al solo scopo di dimostrare cultura e competenza è la risposta sbagliata ad una domanda corretta. E qui rivolgo l’invito a chi ha più numeri di quelli del sottoscritto perché faccia uno sforzo di semplicità e si metta di buzzo buono a divulgare le basi di un pensiero imbastardito dal contributo di troppi padri, magari accettando di correre il rischio di passare per superficiale.
In fondo, mi sembra un rischio accettabile perché, dovesse cominciare a produrre risultati, il beneficio sarebbe enorme per tutti quanti. E siccome ne guadagneremmo tutti senza che alcuno ne abbia a soffrire perdite, c’è da scommettere che non accadrà.
(Nella foto, liberalsocialismo)














il fatto è che l'Italia è un paese fortemente democristiano.
Dovremo provare a fare la sede papale itinerante in tutti i paesi cattolici: da noi tornerà tra 200 anni. Forse un bel po' di cose cambierebbero
L'opera di sensibilizzazione, attraverso ogni possibile forma di comunicazione (anche, naturalmente, i blogs) ha certamente una sua utilità, ma ritengo che sia necessario un passo ulteriore.
Non è così difficile, in fondo, identificare localmente personaggi di idee liberali (non sono moltissimi, ma ci sono, in particolare nello schieramento di centro-destra) meritevoli di un supporto atto a consolidarne l'influenza all'interno dell'agone politico.
E non serve cercare a tutti i costi solo il meglio, dal punto di vista della profondità e della originalità di analisi e della capacità di essere leader, basta scegliere tra ciò che offre "il mercato", con il solo, ovvio, accorgimento di non accettare compromessi con posizioni inconciliabili.
Pensiamo positivo, amici, comunque pensiamo positivo .... :-)
La tua e' una teoria. Il UK, che e' esattamente il frutto della filosofia liberale, e' un guazzabuglio nel quale convive di tutto. Non sara' magari che questa "debolezza" e' insita nella teoria? O facciamo, al solito, di cambiare la realta' perche' vi si concilii meglio? Ormai la partita non si giochera' piu' sulla contrapposizione socialismo-liberalismo, ma su internazionalismo-identita'. Questa e' la tendenza in atto ovunque, anche negli stati non occidentali. Il fatto e' che la filosofia liberale si e' voluta fare ideologia e non ha gli attributi per poterselo permettere. Ha fatto della sua mancanza di attributi la propria ideologia indiscutibile e indiscussa. In altre parole, il crollo del socialismo ha solo preceduto quello del liberalismo. E poi non capisco come si possa mettere sullo stesso piano la cultura anglosassone con quella centro-europea senza capire che esse sono molto diverse fra loro; che hanno diverse tradizioni e che hanno prodotto societa' profondamente diverse. Nel centro-europa il liberalismo non si e' mai sganciato dalla visione nazionale (per fortuna), ma quello di cui si parla e' quello del Libero Mercato globale, ovvero quello anglosassone. Semplicemente manca l'humus culturale, ma va anche detto che quando la cultura del problem solving rimpiazza quella della moral suasion, ci si puo' legittimamente domandare se si tratti di qualcosa che abbia anche solo una lontana parentela con il pensiero liberale. Se la nostra realta' politica e' quella che e', non si tratta solo di una disgrazia locale, ma anche dell'incapacita' di casmbiare un modello di civilta' con un altro. E insisto: mondo anglosassone e mondo europeo non sono la stessa cosa; sono profondamente diversi.
Mi fai scrivere "Bertinotti" a forza? Cos'e', persuasione occulta?
Caro Pseudosauro, confesso di aver capito un terzo di ciò che mi obbietti, ma su quel terzo rispondo. L'Italia adotta un modello sociale corporativo e familistico per cui, secondo il tuo ragionamento, si dovrebbe rispettare questa specie di vocazione storica in nome di una diversità di passato che fa da ipoteca stabile e cristallizzata anche per il futuro. E' vero, ma giusto perchè sono in troppi quelli che hanno da perdere a mettere in gioco le proprie piccole franchigie. Ciò non mi pare sia argomentazione spendibile per affermare che sia un buon modello sociale: siamo un paese di fessi, vogliamo restarlo, ma essere fessi non è comunque un merito. Tu dici che il liberalismo non ha gli attributi: in sè, non sono d'accordo. Sono i liberali che, travisando il significato dell'essere liberale, gli hanno seccato le gonadi. Per la stragrande maggioranza della gente, liberale vuol dire relativista, moderato, buonista veltroniano, riformista nel week end. Ed è esattamente ciò che rimprovero loro: un liberale è un intollerante per definizione, altro che moderati del cazzo. E' quella logica là quella perdente, poi chiamale liberale, se vuoi, ma col liberalismo non ci azzecca. Internazionalismo o nazione è una dicotomia che può appassionare qualcuno, ma non il sottoscritto, perchè sono due modi diversi per arroccarsi dietro allo stesso vuoto di cultura e di valori. Perchè anche il liberalismo ne prevede, e direi che sono tutt'altro che comodi al compromesso.
Ah, è ovvio che a te Bertinotti ti tocca:-)
Chedo scusa per il ritardo. Se non mi sono spiegato bene, allora cerchero' di farlo in modo piu' semplice. Cio' che tu imputi a necessita' politica (il venire a patti con altre istanze politiche) poterebbe essere invece un difetto insito nella teoria. E' una delle critiche fondamentali alla filosofia liberale, quindi non m'invento nulla. Il liberalesimo nasce sulla base dell'autocoscienza (la moral suasion di Locke), ma la sua attuale declinazione e' quella del "problem solving". Allora il primo concetto non ha impedito alla cultura "liberale" anglosassone di negare i diritti civili ai cattolici fino a circa cent'anni fa, ma questo non e' il male peggiore. Invece, per risolvere un problema sociale - segnatamente la convivenza di piu' razze, culture, istanze politiche - in USA si legittimano i satanisti tanto che nella USNAVY esistono "cappellani" di cotal religione. Quando in UK la seconda autorita' religiosa dichiara candidamente che l'introdzione della shari'a nella giurisdizione britannica e' "inevitabile". i piu' pensano che la cultura inglese sia cambiata, mentre in realta' non fa altro che perseguire il relativismo di prima. La questione dell'infrangibile sistema corporativo italiano e' l'ennesimo problema da risolvere in modo pragmatico. Va da se' che se la solidita' di principi e' la stessa illustrata sopra...
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