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Batracomiomachia

Il mandato di pochi giorni fa, dato dal Presidente della Repubblica a Franco Marini, non mi ha stupito. L’incarico esplorativo - per sondare un possibile governo che si dedichi alla legge elettorale - ha però un certo gusto “retrò” ed assomiglia molto a qualcosa di già visto: la crisi del primo governo Prodi e la nascita del governo D’Alema.

Gli attori sono pressocchè gli stessi, Marini e D’Alema. All’epoca c’era Scalfaro, oggi Napolitano. La sostanza è quindi la stessa. Questa volta però non c’era solo la necessità di togliersi dai piedi Romano Prodi (esecuzione, anche questa volta, condotta in maniera egregia) per cercare di salvare il salvabile. In questo caso, dobbiamo aggiungere agli ingredienti, un nuovo scontro, forse mai sopito, tra Veltroni ed il ministro degli Esteri. In mezzo, ovviamente, la legge elettorale, bello strumento per ottenere più potere. Se si andasse a votare oggi a D'Alema mancherebbe l'opportunità delle nomine all’interno del Pd da contrapporre alla cordata Veltroniana, e tutto questo il “baffetto” non se lo può permettere. Erano ormai giorni che D’Alema stava cercando di spianare la strada ai due (Marini/Napolitano) sondando a destra e a manca (ma più al centro) al fine di poter ricreare le stesse condizioni di un “ribaltone” non troppo remoto. Si tratta non di una battaglia politica, ma esclusivamente personale, che probabilmente si chiuderà con un nulla di fatto, visto che un governo tecnico per il Cavaliere sarebbe come presentare a Superman della Kriptonite.

Silvio Berlusconi infatti, sembra non voler cedere. Le ragioni sono due: la prima e che un assenso a Marini lo priverebbe del ritorno mediatico ottenuto dalle astrusità compiute dal governo, e la seconda è perché Veltroni e molto più che il capo del Partito Democratico. L’amore “segreto” tra i due è iniziato ben prima di Novembre dell’anno scorso. Risale alle prime dichiarazioni “amorevoli” del Cavaliere rispetto alla nascita del Partito Democratico. Chiari messaggi ben presto recepiti dal sindaco di Roma . Qualora il Cavaliere trionfasse in un voto anticipato, avrebbe in Veltroni - uomo di punta del nemico - un alleato prezioso, e potrebbe dare il via ad una bicamerale (stile D’Alema d’altri tempi), con l’opposizione in testa a far da lasciapassare sulle riforme ed evitando così tutti e tre i quesiti referendari.

Ma perché Veltroni dovrebbe aderire ad un piano così machiavellico? Semplicemente perché il leader del Pd aspira ad essere l’unico ed indissolubile capo del centrosinistra. Per far questo ha assolutamente bisogno di liberarsi di tutti i prodiani e dalemiani possibili. Prodi è già caduto, ma non sconfitto. Per arrivare allo scopo finale serve tempo ed una possibile opposizione a Berlusconi che darebbe la sicurezza di poter additare a Prodi e compagni tutte le colpe della sconfitta in una elezione anticipata. Rimanendo lui ed i suoi uomini, Veltroni non solo si assicurerebbe il traino in solitaria della sinistra riformista, ma si candiderebbe come prossimo e futuro Presidente del Consiglio visto che, come sappiamo, è difficile che in Italia chi governi resti indenne da critiche.

Berlusconi e Veltroni, in questo nuovo patto di ferro, hanno solo bisogno di una cosa per traghettare il tutto verso elezioni molto veloci: Romano Prodi fisso nel governo di transizione, come “silos vivente” degli strali della futura campagna elettorale ed evitando così al Cavaliere di dover fare riferimento al Pd. Veltroni sta facendo buon viso a cattivo gioco e per forza di cose pubblicamente non rivela nulla, ma la sua guerra per il predominio a centrosinistra potrebbe fare accettare in toto l’alleanza proposta dal Cav, accettando persino il sacrificio di una elezione anticipata. In una guerra fra “topi e rane” tutto è permesso...

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