
Quale suprema ironia che dovrà essere proprio Gordon Brown, l’uomo che si è vantato di aver regalato al Regno il più lungo periodo di crescita economica, quarter upon quarter, dal 1701, a dover presiedere ad una crisi economica che sembra, ormai, inevitabile. Gli analisti – come si dice – hanno già smesso di discutere del ‘se’, e si interrogano solamente riguardo il ‘come’: sarà cioè vera e propria recessione (definita come almeno due trimestri consecutivi in negativo), o solo un significativo rallentamento (comunque traumatico per un paese che, solo tre anni fa, viaggiava vicino al 4% di crescita annua)?
Quale suprema ironia che lo sfacelo politico del governo Brown e del Labour (confermato da sondaggi che neanche la Clinton in New Hampshire) sia arrivato prima ancora di questa congiuntura che sarebbe invece bastata, da sola, ad affossare il migliore dei governi Blair. Tuttò cominciò con Northern Rock – e in crisi economica chi se lo compra, ‘sto catamarano di banca? Poi l’elezione del no, si, no, no, si, NO – e il bello è che allora i consigliori di Brown – nella fattispecie Ed Balls – avevano ragione: il rischio elettoralmente più grande – lo sapevano – era aspettare, perché sarebbe arrivata la crisi economica e allora addio Labour. Quindi, in sé, l’idea di improvvisare una elezione quando i sondaggi tiravano e prima che arrivasse la recessione non era per niente cattiva – ma l’hanno gestita da impiegati del Tesoro quali sono tuttora, invece che da mastini di Westminster. Bring back Blair, lo abbiamo sempre saputo, sarebbe stata la colonna sonora degli anni di Brown @number10. C’è stata poi – how can you forget it – la storia dei numeri di conto bancario di un cittadino su due persi come fossero il cellulare dell’ultima delle sgallettate binging on a Friday night. E infine, colpo di grazia, i finanziamenti illeciti alle campagne di Harman e Hain. Quindi la fine, per Brown, è arrivata molto prima di questa crisi economica; e, soprattutto, è stata il frutto, fresco, della propria, imperdonabile, ingenuità (parentesi sulle primarie in america: quando si dice che Obama non è pronto per la Presidenza, pensate che Brown è stato il numero due di Blair per dieci anni, e nonostante tutto non era pronto per Downing Street).
Quale suprema ironia: viene fuori che, alla fine, Brown al Tesoro ha fatto danni che, adesso, potrebbero costare caro al Regno in questo momento di difficoltà. La crisi economica, certo, non è colpa di Brown: quella è, soprattutto, il risultato di ciò che succede oltre oceano – a cominciare dai subprimes. Però Bush aveva pronta una risposta alla crisi che Brown non si può permettere: tagliare le tasse. E, badate bene, non è che Brown non può permettersi di tagliare le tasse per vecchio convincimento ideologico Labour – magara… Semplicemente, si è indebitato, in questi dieci anni al Tesoro, così tanto – e soprattutto contro aspettative di crescita che adesso, evidentemente, vanno riviste – da non poter rinunciare ad un penny di quelli che potranno essere scuciti al taxpayer. Non voglio sostenere che la risposta alla crisi economica migliore sia, necessariamente, tagliare le tasse: ma dovesse venir fuori che la strategia americana sia quella giusta, Brown non potrà farci un bel niente.
E non finisce qui: la mossa ad effetto di Brown nel Maggio 1997, appena insediatosi come Chancellor, fu quella di delegare alla Bank of England le decisioni sui tassi di interesse. Tante volte, in questi anni, si è parlato di quel momento come l’inizio della gloriosa corsa di Brown verso crescita, stabilità, inflazione sotto controllo, disoccupazione a livelli tecnici. Ma adesso, ovviamente, Brown si ritrova non solo senza la possibilità di tagliare le tasse, ma anche senza l’autorità di tagliare i tassi. Quello, certo, succederà lo stesso: ma Brown non potrà dire di aver preso neanche quest’unico provvedimento che, in questo momento, rappresenta the Kingdom’s last hope.













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