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La lezione francese

Sarzozy, secondo pronostico, sale all’Eliseo rimediando una netta vittoria elettorale ai danni della gauche gallica troncando sul nascere il velleitarismo d’antan della sua concorrente in gonnella e impartendo una bella lezione sia ai suoi omologhi europei sia alla visione del mondo concorrente.
Questa lectio è fatta sia di novità sia di conferme delle quali è bene che ognuno, elettore ed eletto, francese o europeo, farebbe bene a tenere conto.
Cominciamo con le conferme. In Europa, vestitela con la faccia che volete – cattiva o suadente, uomo o donna – la sinistra, quando fa la sinistra, non vince nemmeno in allenamento, con la sola eccezione di Zapatero. Altrove, almeno nei paesi dove si presentava come sinistra tradizionale e non come sinistra anglosassone che è cosa ben diversa, ha vinto solo agganciando il carro di qualche moderato centrista. E ha vinto con questo schema ibrido nei paesi con sistemi elettorali che non chiedono scelte nette e definite, ad esempio con sistemi proporzionali più o meno intensi. Dove si è dovuto scegliere tra uno o l’altro, ha perso ovunque, perfino tra i fiordi del socialismo scandinavo. Il motivo è fin troppo chiaro: il tempo del sole radioso dell’avvenire è finito e più di qualcuno si è convinto che certi schemi statalisti e dirigisti fatti di un welfare e di un sistema fiscale oppressivi non interessano più. Non stanno in piedi tecnicamente nel lungo termine e quelli che oggi sono chiamati a pagare la generosità estrema concessa ai loro avi hanno più di qualcosa da obbiettare.
Seconda conferma. Il centro esiste solo come categoria astratta e serve ad immobilizzare i sistemi. Gli elettori di Bayrou si sono equamente divisi tra i due candidati con l’aggiunta, dicono gli analisti, di qualche astensione. Da noi stanno tentando di infilarne un pezzo nel Partito Democratico a sinistra mentre a destra resta solo Casini ad essere convinto di rappresentare una realtà indipendente e alternativa alla defunta CdL. Passasse il referendum elettorale, anche il buon Pierferdi dovrebbe rassegnarsi a questa triste realtà. Anzi, proprio lui dovrebbe riflettere sulla parabola di Sarkò: lui la leadership se l’è conquistata, senza dubbio vincendo molte resistenze interne, ma l’ha fatto da “dentro” sulla base di un progetto. Chiara la differenza di qualità, vero?
Terza conferma. La sinistra cosiddetta radicale non ce la fa più a reggere la maschera di forza politica democratica. In nessun luogo. Appena nota la vittoria di Sarkò, sono partiti gli incendi di autovetture e le svastiche sui monumenti. Questa è l’idea di democrazia che coltivano, in Francia e nel resto del mondo. Possiamo anche fare finta di niente, ma sarebbe un’omissione pericolosissima visto che, anche da noi, si dilettano con i kalashnikov contando sulla protezione compiacente dei loro reggimoccoli pseudoistituzionali.
E veniamo alle lezioni. Farsi “demonizzare” conviene a patto di essere quasi inattaccabili. Berlusconi ci pensi perché su questo concetto, l’unico che la sinistra concepisca nel vecchio mondo, ci hanno fatto la campagna elettorale un po’ tutti. Qui da noi ha avuto successo, al pelo, perché il punto era oggettivamente debole. Secondo me, senza quell’arma, Prodi sarebbe felicemente pensionato e non a capo del governo e avremmo letto un sacco di begli articoli sul rodimento di fegato della Rodotà e di Henry Lévy incentrati sulla vittoria comunque o sulla misoginia.
Ancora: alla gente conviene parlare di futuro perché di passato ne ha le scatole piene. In più, lo conosce benissimo. La campagna di Sarkozy è stata perfetta, da questo punto di vista, tutta concentrata sui problemi “nuovi” e futuri (sicurezza, immigrazione, sistema economico) dando per scontato che di quanto fatto ci si assumeva ovvia responsabilità e merito. Da noi si è puntato tutto sulla ripetizione e sulla magnificazione dei cinque anni precedenti lasciando uno spazio irrisorio ai progetti per il domani, tranne che per l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Inoltre, tutti a parlare del folle programma unionista e nessuno che ricordi due frasi di quello della CdL. Il carisma personale è un grande dono, ma diventa decisivo solo se lo si usa per promuovere un’idea politica chiara e semplice. E dico idea politica, non solo programma economico.
Terzo: certi mezzucci possono fregare una volta, ma, alla lunga, si ritorcono contro chi li usa. Cambiare la legge elettorale a dieci secondi dal via è stato un errore fatale, specie cedendo alle voglie proporzionaliste delle microscopiche entropie degli irrequieti aspiranti leaders del centrodestra. L’errore è stato doppio perché ha aperto la strada alla costituzione di un centro fasullo che non ha un’idea politica sua se non quella di esistere per il potere e perché ha contribuito a disperdere il voto a pioggia premiando gli estremi a sinistra e spaccando al centro la coalizione opposta.
Ultima lezioncina: in politica ci vuole anche un po’ di coraggio, oltre al cinismo e alla vocazione al compromesso. Sarkozy vi ha attinto e piene mani sfidando resistenze interne e potenziali impopolarità esterne (ad esempio, sul pubblico impiego) senza cercare di “comprare” il consenso di chi in sistemi snelli e moderni non può credere perché sono l’opposto della conservazione del privilegio e della rendita.
Chiudo con l’immancabile sottolineatura della cialtroneria prodiana che, con grande tempestività, ha mollato la Royal al suo infelice destino e scritto a Sarkozy vendendosi come suo amico di vecchia data. In parte sono complimenti istituzionalmente dovuti, ma in parte preponderante la solita ciurlata nel manico tesa a prendersi, come sempre, i meriti altrui. Ma questo è inevitabile, perché stiamo parlando di uno che, di propri, non ne ha.
(Nella foto, scuola elementare di politica)

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ritratto di Mthrandir
 

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