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Radio Serva kills Saviano star, tramite Simone Di Meo

Simone Di Meo è un giornalista. Ed ha un blog nel quale si permette il lusso intellettuale di far le bucce al giovane scrittore di successo, giornalista con la scorta di professione, Roberto Saviano.

Sul suo blog, gentile Di Meo, lei opera una decostruzione del “mito” circa Roberto Saviano. Insomma, lei non ce l’ha con lui, non pare prendersela con lui perché ha avuto successo. Ma le interessa fortemente “far aggredire dalla realtà” il prodotto Saviano e i suoi “ingenui” impresari ed ingenui, senza virgolette, acquirenti.

È fondamentale partire da un concetto: il mio blog non è contro Roberto Saviano, ma su Roberto Saviano. O meglio, su un prodotto che shakera strategie di marketing, pubblicità, ingenuità e malafede, fino a trasformare un giovane e promettente giornalista in un simulacro di una lotta antimafia di cui nessuno sentiva la mancanza e a cui nessuno dovrebbe delegare la battaglia all’illegalità. Detto questo, sono profondamente disgustato dal pressappochismo della politica che sembra aver scoperto la criminalità organizzata, in Campania, grazie a un libro-collage, nel quale sono state inserite notizie note da anni negli ambienti investigativi, su cui i giornali hanno scritto e riscritto. La mia domanda è la stessa che si pone Saviano in una delle tante copertine dell’Espresso: dov’eravate? In effetti, cari amministratori locali: ma dove cazzo eravate? Che cosa leggevate? Che telegiornali guardavate? Che strade percorrevate? Dove vivete, se vi siete accorti del cancro che ci sta consumando solo grazie a un libro pubblicato da un giovane le cui esperienze giornalistiche si contano sulle dita di una mano?

E questa è l’aspetto di merito della vicenda. Poi c’è l’aspetto di legittimità, che attiene alla mancanza di correttezza da parte di Roberto Saviano, che non ha citato le fonti a cui ha attinto – a robuste porzioni – per cucire le toppe del suo lavoro. Quanto all’ingenuità dei lettori, è sinonimo di un comune sentire verso una problematica a giusta ragione ritenuta fondamentale per lo sviluppo dell’intero paese. Gli impresari sono stati, al contrario, tutt’altro che ingenui, dimostrando – nella creazione del personaggio Saviano – una grande capacità distorsiva della realtà.

Mi ha colpito il ritratto, che lei riprendendo la lettera-testimonianza sul “Barbiere della Sera” di una sua collega, Matilde Andolfo, autrice di “Il diario di Annalisa”, asserisce falso, della Annalisa Durante fatto dal nostro. Il quale pare si sia comportato, nella fattispecie, come uno sciacalletto cazzaro. La descrive come una push up girl da due lire per fare colore. Del suo sangue, in tutti i sensi, evidentemente (visto che aveva avuto il menarca addirittura pochi mesi prima). Inventandosi poi di tutto, compresi cellulari fatti squillare sotto terra al momento della tumulazione.

Ma questo non è l’unico episodio inventato di sana pianta da Roberto Saviano, che – evidentemente su suggerimento dei suoi tutor e manager – vuole accreditare l’immagine di un giovane senza macchia e senza paura, che ha sfidato la Piovra per raccontarla, vivendola dal di dentro. In effetti, a Napoli basta chiedere a un po’ di colleghi giornalisti e fotografi, Saviano su un luogo di un omicidio non l’ha mai visto nessuno. Né in Vespa, né a piedi. Ciò significa che siamo davanti a una gigantesca costruzione di marketing editoriale, capace di veicolare l’immagine di un tranquillo giovane con la passione per la camorra nella versione letteraria di un Giovanni Falcone o di un Paolo Borsellino. Naturalmente, Saviano è uno che si è fatto raccontare la camorra dai colleghi più anziani e informati di lui, ha letto i giornali napoletani, ha sfogliato qualche ordinanza di custodia cautelare della Procura Antimafia e ha mescolato tutto. Il resto l’ha fatto la fortuna. O qualcosa che le assomiglia.

Il plagio, che è un po’ il piatto forte del suo J’accuse. Insomma, ‘sto Saviano non avrebbe fatto altro che scopiazzare per fare Gomorra buona parte degli articoli specializzati in malavita proprio di quei giornali, come “Corriere di Caserta, Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli…veri e propri bollettini quotidiani di camorra...”, che nel libro stesso vengono disprezzati ed additati al pubblico ludibrio (forse per non farli leggere e notare il copincolla)…

È evidente che Roberto Saviano si è ben guardato dal citare le fonti, non fosse altro perché – altrimenti – avrebbe dovuto ammettere di aver creato un best-seller in vitro. Per carità, Mario Puzo ha scritto un capolavoro ma non si è mai sognato di dire che ha vissuto sotto copertura per mesi all’interno della famiglia Gambino di NewYork per carpirne i segreti. Ha ammesso di aver attinto alle notizie su don Vito Corleone e la famiglia dagli atti giudiziari nelle biblioteche di Philadelphia. E stiamo parlando di Mario Puzo. Non so perché Saviano abbia il terrore che qualcuno possa giudicare meno fedele il suo racconto se fuoriesce la verità; e cioè che, di tutte le notizie contenute in Gomorra, molte sono gonfiate, tutte sono conosciute dalla magistratura e dai giornalisti, eccezion fatta per quelle inventate di sana pianta, come il sarto che cuce il vestito di Angelina Jolie o la vicenda di Annalisa Durante, appunto; e nessuna è stata vissuta in prima persona. Quanto alla stampa di rispetto, vorrei ricordare a Saviano – che ben conosce i sacrifici di scrivere tanto e di guadagnare poco – che nelle redazioni dei giornali che lui liquida con poche e offensive parole, ci sono tanti bravi giornalisti che meritano il rispetto dovuto non ai camorristi, ma alle persone perbene.

Lei, Di Meo, non si vergogna mica di infierire con la parola, verità o maldicenza, direbbe Baudelaire che importa, contro uno, con ciò isolandolo, che, cito testuale da un suo allarmato fan anonimo, “rielabora contenuti non suoi ridigerendoli con il suo stomaco”. Un lavoro, furbo, di ri-editing più che di narrazione. Insomma, Di Meo, lei lascia solo uno che sta in piena digestione, a lei sembra educazione, agli altri vigliaccheria.

Mica voglio arrogarmi il diritto di giudicare Roberto Saviano per cosa ha scritto nel libro. Ma non posso tollerare il modo in cui l’ha scritto e il modo in cui cerca di vendere un’immagine falsa di sé.

Abbia i coglioni di dire: è vero, ho attinto al materiale giornalistico napoletano. Che male c’è?

Voglio dire: pure Einstein ha riconosciuto i meriti dei suoi studenti-collaboratori nell’elaborazione della teoria della relatività. E Saviano no? Il valore del libro – per quelli che ritengono ne abbia – non ne risentirebbe.

Lei non è che, chiamandolo l’Eletto, fa in realtà della feroce e maliziosissima ironia citando subdolamente la passione del ns. per i politici ed amministratori locali regolarmente vincitori di elezioni. E che altrettanto regolarmente, il nostro, lo querelano di falso. Lei non è che, chiamandolo l’Eletto, fa in realtà della feroce e maliziosissima ironia citando subdolamente la passione del ns. per i politici ed amministratori locali regolarmente vincitori di elezioni. E che altrettanto regolarmente, il nostro, lo querelano di falso.

Sulle querele è meglio aspettare le pronunce del giudice, perché non conosco la vicenda e quindi potrei erroneamente parteggiare per uno o per l’altro. Certo, è sintomatico di una certa concezione dell’antimafia di professione la sfilata di personalità che hanno accompagnato Saviano nel suo secondo viaggio a Casal di Principe: Fausto Bertinotti, che la camorra forse la conosce come un operaio di Napoli può conoscere l’economia keynesiana, e Corrado Gabriele, noto per le sue esternazioni utili a conquistare i titoli dei giornali, ma dall’effetto pratico zero. Il quale Gabriele aveva pure proposto Saviano come coordinatore di un centro di studio sulla criminalità organizzata, foraggiato – of course – con i soldi della Regione Campania. Perché, invece di Saviano, Gabriele non propone per quel posto – che mi pare non è stato più nemmeno istituito, segno evidente di una clientela ad personam – un paio di magistrati coraggiosi che conosco personalmente e che, con cinquecento arresti di camorristi alle spalle, girano per la città senza scorta? Aspettiamo la prossima proposta dell’assessore…

“Ma ci hai mai parlato con un camorrista? A leggere il tuo - il nostro - libro, perché tutti i giornalisti napoletani lo sentono almeno un po' in comproprietà, minimo minimo sembra che abbiano conseguito un dottorato a Yale e che solo per colpa del destino cinico e baro vivano a Scampia, o a San Giovanni a Teduccio. Ma tu ci hai mai parlato? Sono delle capre, degli animali, degli analfabeti”...

Me la spiega questa, francamente, Di Meo caro. Perché qui mi pare che esageri proprio con la dissacrazione. Lei sta insinuando che il Padrino con le sue raffinatissime menti sia una cazzata e che il Sistema abbia una intelligenza così primitiva e leggibile che un qualunque giornalista di campo possa conoscerla, capirla e spiegarla ai suoi lettori. Senza mediazioni di Eletti, capisce, imperdonabile proprio, Di Meo.

È una considerazione che nasce sul campo, dopo quasi otto anni passati a scrivere di cronaca nera. Roberto Saviano mitizza il “sistema” camorra e fornisce ai padrini, a tutti i padrini, una intelligenza superiore che sembra orientata da un fine ultimo. Quale che sia questo fine, non riusciamo proprio a intuirlo. Quindi, offrire l’immagine di un uomo della malavita che ragiona come il più preparato finanziere al mondo, che elabora strategie militari di conquista degne di Giulio Cesare o di Napoleone, che ha il carisma di JFK e la determinazione di Martin Luther King è, francamente, eccessivo. Per questo affermo che Saviano ha vissuto in vitro le sue esperienze, che non conosce ciò che ha scritto. I camorristi non sanno parlare in italiano, sono rozzi, incivili, ignoranti, molti di loro non hanno nemmeno la terza media e sono affezionati frequentatori di cocaina ed eroina. I più coraggiosi di loro, appena vedono un paio di manette sbiancano in volto. Quelli raccontati da Saviano sembrano tanti piccoli Rambo. Onestamente, è un po’ ridicolo.

Per concludere, sembra che le sue previsioni più fosche, di Gomorra teatro-teatrino reality portato all’-dell’assurdo più che libro veritè, si stiano avverando. Ne han fatto un rispettabilissimo e commerciale testo “ricco di ferocia e raccapriccio” per signore, in scena a Roma al Teatro Valle. Pour le damme o meno, resta il sospetto che si stia comunque a chiedere la carità, e per l’autore, e per noi che simme d’o Sud e siamo corti e neri.‘Gomorra a teatro è come una sventagliata di Kalashnikov - dice il regista”, ci faccia capire, è Saviano che si salva finché può, come dicono a Palazzo, o noi altri finché potremo scappare anche da lui?

Roberto Saviano è rimasto intrappolato nel suo stesso personaggio e questo gli porterà più svantaggi che vantaggi. E ciò mi dispiace, perché in fin dei conti si è comportato proprio come i padrini del suo libro: si è fatto attirare dal sangue delle banconote e ha perso l’innocenza.

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Strano, utilizzare un personaggio come saviano per criticarlo.. ma guarda caso solo 2 anni dopo l'uscita del libro.. proprio quando sta uscendo un libro dell'autore che intervistate.. complimenti per l'opera pubblicitaria!!!

Roberto ha saputo comunicare a tutti, grande roberto!

Ha saputo comunicare a tutti com'è facile diventare un autore di successo.
I personaggi si possono anche usare per criticarli se copiano da altri o scrivono cazzate come i cellulari che squillano nella tomba.
Scusi se qualcun altro ci prova a scrivere in Italia, non sapevamo che l'esclusiva delle scorte e degli assegni ce l'avesse il suo grande Roberto.
 

Giusto per precisare.
L'intervista è del fine Novembre-inizio Dicembre 2007, e la redazione di Giornalettismo può confermarlo in quanto ne inviai copia per la pubblicazione.
Nell'intervista non è affatto menzionato alcun libro. Nè alcuna uscita futura di libri.
Il libro del Simone di Meo, al quale si riferisce con malizia, per quel che io sappia è uscito a metà Gennaio 2008, mentre la data del post è 28 Dicembre.
Ho ritenuto di dover precisare per il buon governo del nostro Mithrandir, onde non abbia sospetti su markette in casa sua.
Le porcate noi le facciamo ma grandiose, sennò niente.

ricordo solo una informazione che potrebbe risultare importante...

Il giornalista Simone Di Meo fa parte dell'ufficio stampa del senatore Sergio Di Gregorio, che nella passata legislatura era presidente della Commissione della Difesa del Senato, eletto nell’Idv di Di Pietro poi passato al centro-destra, “indagato per reato di riciclaggio con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa”

non significa nulla, è vero, ma può rientrare nel concetto di "screditare una persona" per fare terra bruciata intorno.

Nessun cellulare che scrive nelle tombe ma sulla bara. idioti! invidiosi!

credo sia ora di aggiornamenti.
Non solo i giudici , che il signor Di Meo aveva invocato per far condannare il (secondo lui) plagiatore Saviano, hanno ritenuto infondate le sue accuse, ma dopo aver studiato i documenti, hanno dedotto che e' stato proprio il signor Di Meo che avrebbe scopiazzato gli articoli di Saviano su Repubblica...come ha commentato lo stesso Saviano "la verita' e' piu' forte del fango". E' proprio vero. Adesso rimane a sguazzare nel fango da lui generato un giornalista che pero' ha goduto, grazie alle sue accuse, di una certa pubblicita'. Nel frattempo ha anche pubblicato due libri. "il Giornale" gli ha dedicato un articolo, canale 5 lo ha intervistato, insomma ne e' valsa la pena. Adesso dimentichiamoci di questo personaggio e pensiamo alle cose serie.
2500 anni fa circa ad Agrigento, lo scultore Perillo volle fare un regalo al suo signore, Falaride il Tiranno, probabilmente per ingraziarselo. Creo' un toro di bronzo che in realta' era una sofisticata macchina di tortura. L'interno cavo poteva ospitare un uomo che veniva fatto entrare da una
botola. Quando la botola era richiusa ermeticamente, si accendeva un fuoco sotto la scultura. Il poveretto all'interno arrostiva lentamente.
Falaride (il Tiranno) accetto' il regalo, ma volle subito "provarlo" ed invito' Perillo ad entrare nel toro di bronzo...