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Iraq: La strategia funziona | La Voce del Padrone
 

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Iraq: La strategia funziona

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Le cose sembrano andare finalmente per il verso giusto. I primi sentori erano già arrivati dal rapporto al Congresso del generale Petraeus, ma ora i dati indicano chiaramente una svolta sensibile nell'approccio degli Usa al conflitto iracheno. I numeri ed i segnali incoraggianti che continuano ad arrivare dall'Iraq sono palesi e non mentono. Settembre è stato il mese meno sanguinoso dell'anno come numero di militari americani e civili iracheni rimasti uccisi. Fonti di Baghdad hanno fissato a 827 il numero dei civili morti nel mese appena concluso, con un calo del 48% rispetto ad agosto. Nello stesso tempo, il bilancio dei caduti americani è stato di 66 militari uccisi, il totale più basso dall'agosto 2006. Cifre che Bush sta utilizzando nel miglior modo possibile, sia con il leader iracheno Talabani sia nella politica interna in vista delle prossime presidenziali del 2008, che ancora vedono il Grand Old Party arrancare. Quanti hanno sostenuto che la sconfitta fosse definitiva è giusto che rivedano la propria posizione. Alcune zone, date per perse circa un anno fa, sono tornate ad un livello di stabilità accettabile e di relativa tranquillità.

La grande svolta di Petraues è stata l'alleanza con i sunniti contro Al Qaeda iniziata a Fallujah per poi continuare nella provincia di Diyala e anche in molti quartieri della stessa Baghdad, dove gli sciiti combattono i loro vecchi eroi dell'esercito del Mahdi. Non è un caso, infatti, che poche settimane fa lo stesso Bin Laden (era proprio lui?) in una registrazione audio (poi diffusa in tutto il mondo) abbia esortato le sue milizie ad un approccio più unito riguardo al conflitto che si sta sostenendo contro gli Stati Uniti e contro le forze alleate. Bassora, ad esempio, è stata abbandonata dalle truppe inglesi, ma ciò che ci si aspettava, cioè un lento e graduale ritorno dei terroristi, non è accaduto anche grazie alla stessa polizia ed ai soldati iracheni che finalmente sembra stiano imparando la lezione.

 

Persino le crepe interne della politica irachena sembrano mano a mano diventare meno profonde. Ammar al-Hakim, figlio e probabile successore del leader politico sciita più importante del Paese, Abdul Aziz al-Hakim, si è recato nella capitale della provincia di Anbar, Ramadi, per incontrare gli sceicchi sunniti. Il suo gesto e le parole pronunciate sono state incredibili: «L'Iraq non appartiene solo ai sunniti o agli sciiti; né agli arabi, ai curdi o ai turcomanni - ha detto -. Oggi, dobbiamo alzarci in piedi e dichiarare che l'Iraq è di tutti gli iracheni». Parole, queste, impensabili fino a pochi mesi fa. Insomma, sembra davvero che il popolo iracheno si sia finalmente rivoltato contro i terroristi, persino contro quelli «sponsorizzati» dai guardiani di Teheran.

 

Ma come mai c'è stata una svolta tanto sensibile? Sicuramente l'alleanza con i sunniti è stata basilare, ma non è bastato solo quello. Il fatto che gli americani siano riusciti ad avvicinarsi alla popolazione è stata di certo la mossa vincente di Petraeus e del suo entourage. Se dopo le elezioni gli iracheni erano dovuti rimanere neutrali rispetto al conflitto per poter sopravvivere, nel momento dell'escalation del conflitto sono stati costretti a prendere una decisione. Decidere da che parte stare. Fra un califfato opprimente e soprattutto perenne, imposto da Al Qaeda, ed una vittoria americana (che si può tradurre in ancora due o tre anni di permanenza in Iraq per poi lasciare il Paese in mano ai cittadini), si è scelta la seconda ipotesi, meno invasiva e più conveniente. Per dar modo che la popolazione capisse dove e cosa scegliere è stato basilare produrre, da parte degli americani, risultati positivi contro i terroristi. Ed è per questo motivo che la linea di Petraeus è stata vincente: perché ha portato sostanzialmente la popolazione a scegliere, in modo che poi potesse collaborare con le forze militari irachene, la polizia e le truppe occidentali sul campo.

 

I problemi non possono dirsi completamente risolti, dato che un fattore importante nella mission complete in Iraq dipenderà molto anche da come gli Stati Uniti sapranno affrontare il problema della Siria e dell'Iran, che ancora oggi sponsorizzano gli attacchi dei terroristi. Ma se il buongiorno si vede dal mattino...

 

© Ragionpolitica.it,30 Ottobre 2007

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