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La morte della politica

Che i moralisti siano peggio dei loro bersagli è fatto ampiamente noto, fatta eccezione per certe culture naif che ancora usano considerare l’etica come parametro fondamentale di giudizio sull’operato degli umani bipedi, molto spesso preferendo attribuire punteggi altissimi ad irreprensibili incompetenti e penalizzando quelli (pochi, in verità) un po’ più maliziosetti, ma capaci. Non è il caso di alcuno di quelli che oggi hanno in mano le redini lente del governo, intendo che di capacità non si vede nemmeno l’ombra, ma quanto a moralismo si sciala abbondantemente e senza mal di capo.

Il caso è quello dell’ultimo bisticcio tra il ministro ombra e il ministro formale della giustizia, al secolo Mastella Clemente e Di Pietro Antonio, apparentemente risoltosi ieri grazie ai buoni uffici del presidente del consiglio che non ha esitato ad esprimere solidarietà e fiducia incondizionata al suo co-indagato nell’inchiesta “Why not”, tosto scippata al De Magistris e spedita nelle sabbie mobili del Tribunale dei Ministri che provvederà ad introdurla nel tritadocumenti non appena possibile. Niente scandali, per carità! La politica non è soggetta alla legge che regola la convivenza (in)civile della gente normale, ma si trova molto al di sopra – e spesso molto al di fuori – delle leggi che produce.

Ciò che in pochi hanno notato è che la faccenda si è chiusa così, con una banale pacca sulla spalla di Mastella e senza un bao da parte di Di Pietro il quale, anzi, vorrebbe far pace come i fidanzatini reduci dall’ennesima lite. Una stretta di mano, si capisce, che non c’è bisogno di immaginare orribili cenette a due a lume di candela e nemmeno il più classico dei seguiti.

Eppure Di Pietro non perde occasione per sproloquiare di impossibilità a stare seduti allo stesso tavolo con indagati o rei conclamati pretendendo scomuniche che, ovviamente, arrivano con la stessa puntualità dei treni espresso che collegano Milano a Lecce.

Ci si potrebbe chiedere se il ministro delle infrastrutture ci sia o ci faccia, ma sarebbe domanda retorica. Egli ci fa, non c’è dubbio. Le sue denunce sono un ridicolo tentativo di cavalcare l’onda montante che arriva dal Mar Grillo dopo che la tempesta di Mani Pulite ha perso forza, ma sono allo stesso tempo degli spaventapasseri vestiti da paraculi che campeggiano nel bel mezzo dei suoi campi coltivati a demagogia.

Voglio dire che tanto e continuo sdegno per l’inadeguatezza morale dei suoi colleghi avrebbe preteso, magari non al primo colpo, la riscoperta di un istituto assai raramente utilizzato da chiunque si sia trovato con le chiappe posate su una seggiola a braccioli, cioè le dimissioni. In pratica, constata l’ostinazione ad ignorare i richiami a comportamenti informati al perseguimento della limpidezza morale, l’unica via possibile per mantenere un minimo di coerenza sarebbe stata quella di abbandonare un così vile consesso.

Invece Di Pietro accusa, ma resta dove si trova spesso giustificandosi con risibili giuramenti di fedeltà alla coalizione e autoassolvendosi in nome della missione di tenere in piedi il governo. In sostanza, ammettendo che l’opportunità politica – o l’opportunismo? – è valore etico di gran lunga superiore a quello della trasparenza e della correttezza individuale.

Certo, qui non si vuole dire che Mastella o Prodi siano già colpevoli perché un indagato, fino a prova contraria, è innocente. Ma si pretende da chi fornisce appoggio a certe deliranti proposte di legge se non l’ammissione di essersi sbagliati, almeno la smentita di tali sostegni.

Di Pietro, al contrario, continua a stare bellamente con i piedi in tutte le scarpe disponibili senza provare il minimo disagio, anzi pontificandoci pure sopra col beneplacito del suo elettorato attuale e potenziale. Il quale, mi immagino, ragionerà sulla base dei medesimi parametri, cioè è disposto a predicare bene e a razzolare malissimo. Sicché, stanti queste considerazioni, viene da pensare che il tanto vituperato ministro formale della giustizia, con annesso elettorato, sia un po’ migliore del suo ministro ombra con annesso il suo elettorato.

E, una volta accordata la preferenza a Mastella per manifesta insussistenza dell’alternativa, possiamo anche concludere che la politica non è in coma, ma è morta.

(Nella foto, primo piano della politica)

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ritratto di Mthrandir
 

Anche io trovo che Di Pietro sia sostanzialmente un furbacchione che ha capito dove tira il vento e ammaina le vele in quella direzione...
Sicuramente ciò gli provoca un aumento dei consensi nei sondaggi perchè la gente ha bisogno di avere qualche punto di riferimento e Di Pietro si presta sicuramente: è l'eroe di Mani pulite e fa della legalità il suo cavallo di battaglia. Così è disposta a chiudere un occhio sulla sua demagogia spicciola e su alcune contraddizioni che vengono prontamente giustificate.

Allora siamo messi male. Se può fare da punto di riferimento uno che dice una cosa e ne fa sistematicamente un'altra siamo autorizzati al massimo pessimismo possibile. In più Mani Pulite data 1992, cioè 17 anni fa. Siamo un paese schiavo dell'erosimo del reduce:-)

bel pezzo complimenti...

Non se sia ironico, sarcastico o sincero. Non il commento, dico, il blog a cui linka l'url dell'autore. Lo prendo per uno scherzo.

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