
Adesso sono proprio curioso di vedere come vota Dini quando sarà chiamato ad esprimersi sulla controriforma sindacalconfindustriale del sistema previdenziale perché dovrà mettere la sua firma sulla condanna a morte della sua riforma delle pensioni.
Tra i tanti punti e punticini del protocollo sul welfare, infatti, ce n’è uno piccolo piccolo che riporta il paese indietro di 20 anni e cambia un’altra volta, di fatto, il sistema di calcolo delle pensioni.
Ma andiamo con ordine. Il protocollo dice che si affiderà ad una commissione di studio il compito di trovare la maniera di garantire una pensione pari ad almeno il 60% dello stipendio anche a coloro che si trovano (o si troveranno) nel sistema contributivo. Tradotto in soldoni, significa reintrodurre di fatto il sistema a ripartizione, sebbene con impegni inferiori a quello precedente che, di media, garantiva tra il 70 e l’80% dell’ultima retribuzione. Tradotto ancora, visto che quasi tutte le stime dicono che il sistema contributivo avrebbe portato a pensioni finali stimabili tra il 45 e il 55% dell’ultimo stipendio, significa che il calcolo di capitalizzazione dei contributi non varrà più un fico secco. E’ evidente che se si introducesse il vincolo di prestazione minima al 60% si tornerà daccapo a dodici e si ricomincerà con lo schema secondo il quale i contributi dei lavoratori attivi pagheranno le pensioni di coloro che hanno smesso. Inizialmente per differenza, ma col passare del tempo la forbice si allargherà sempre di più soprattutto per due cause ampiamente note. La prima è che il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi è destinato a sbilanciarsi a sfavore dei lavoratori attivi, la seconda è che la vita media si allunga e che la durata dei pagamenti delle pensioni si allungherà di conseguenza.
In sintesi, l’accordo tra Prodi, sindacati e Confindustria è una controriforma bella e buona che ci riporta ai bei tempi del socialismo reale.
Poi il presidente del consiglio viene a raccontarci che sta rimettendo i conti in ordine e che sta tagliando la spesa. Il che è palesemente una stronzata raccontata col dolo perché non solo la spesa corrente di oggi cresce allo stesso ritmo di prima (crescita nascosta dall’aumento delle entrate a loro volta figlie dell’incremento delle imposte), ma si cominciano a fissare i criteri per un ulteriore crescita della spesa previdenziale. Quindi, cari pecoroni, quando aumenteranno di nuovo i contributi perché il sistema dei riformisti dei miei stivali non reggerà, ripensate con gioia alla valanga di “si” buttati nel cesso della propaganda sindacale in nome del “pericolo Maroni”.
Si è parlato molto, e giustamente, del patto leonino tra generazioni in virtù del quale la feroce difesa dei privilegi dei padri andrà a scapito del futuro dei figli, Quel patto, smentito dagli ideologi mancini che anche quando raccontano balle sesquipedali hanno il vantaggio di non provare alcun imbarazzo dimostrando un cinismo da Oscar, lo stanno riformando nel peggior modo possibile dando la mancia ai figli col futuro dei nipoti. Sempre che, alla fine, il castello di carte continui a stare in piedi.
Però la curiosità sul voto di Dini, che si spaccia per liberaldemocratico, mi resta tutta intera e voglio proprio vedere come se la sbriga con questa faccenduola visto che non ci sono molte alternative: o vota a favore e si sputtana in nome della fedeltà alla coalizione (confermando che il suo movimento LD è una presa per il culo) oppure vota contro e manda a casa questa allegra banda di funamboli del potere la cui inconsistenza è pari solo alla cieca stupidità con la quale pretende di governare il paese.
Noi siam qua alla finestra e aspettiamo perché, prima o poi, a votare si torna.
(Nella foto, logo del movimento liberaldemocratico italiano)
Update in diretta: Ad Annozero, quel coglione di Ferrero riconosce apertamente che il sistema a ripartizione funziona, è colpa dell'industria mediocre che non fa i computer come in Germania. A questa gente qua gli hanno dato il compito di governare il Paese. No, tanto per mettere i puntini sulle "i".














mah, io mi son sempre chiesto COME l'imps investe i nostri soldi. una qualunque società finanziaria o assicurativa sul mercato, con introiti annuali paragonabili a quelli dell'imps sarebbe la reginetta della borsa (a meno che non si beva le trattenute, o che se le sbrodi in troie e coca....). e invece il nostro istituto mussolino è in perdita praticamente da quando è stato fondato.... misteri, ma misteri che un giudice anche solo mediocre avrebbe dovuto svelare già da una settantina d'anni. o sbaglio??
in ogni caso, visto come stanno le cose c'è soltanto da piangere, per noi rapinati dai sessantotti, sempre che la lacrima non venga tassata dal vincenzino di turno.
Non dimentichiamoci che poi i lavoratori dipendenti pagano il 27% del lordo come contributi, solo che in busta vedono solo il 9%, il restante 18% glielo mette l'azienda che non ha l'obbligo di dirglielo.
Meglio lasciare il popolo ignorante, potrebbe scoprire che uno stipendio netto di 1000 euro al mese comporta circa 7500 euro l'anno di contributi previdenziali, che potrebbero bastare - che ne so - per un contributo "sostanzioso" ad un mutuo per un appartamento in cui non sei costretto a sgomitare con Barbie o per un fondo pensione per cui qualunque istituto di credito ti sbaverebbe dietro...
baron, il discorso sarebbe lunghissimo anche perchè, coi sistemi a ripartizione, l'INPS non ha mai seriamente investito per produrre risultati visto che la prestazione è sempre stata indipendente dal volume di contributi versati sul singolo conto. In più, all'INPS hanno storicamente assegnato compiti impropri (tipo il pagamento della Cassa Integrazione). I misteri non sono mica troppi: tutto legale, tutto folle. Per questo torniamo indietro:-)
Ricorderai che il referendum per l'abolizione del sostituto d'imposta fece fiasco. Ovvio che rinunciare ad un esattore quasi sicuro (il datore di lavoro) che ti lavora gratis non fosse una grande idea, ma oltre all'utilità indubbia sul piano pratico, serve anche a tenere la gente con gli occhietti belli chiusi:-)
Invia nuovo commento