
Come volevasi dimostrare l’esito delle primarie è stato scontato e ha lanciato la nascita del Partito Democratico con un Walter Veltroni che stravince con il 75% mentre la Bindi al 13%, Letta al 10% e la "strana coppia" Adinolfi e Gawronski con lo 0,1% ( a raccogliere la bricioline sotto il tavolo del padrone) hanno di fatto lasciato spazio al vecchio - travestito da nuovo - che avanza.Tutti i candidati ora si presenteranno da Bettini a chiedere “il dovuto” rispetto alle loro percentuali. Ma non è questo il punto. Quello che sconcerta e che il risultato di queste primarie era già noto da tre mesi a questa parte. Poco male. Unica nota positiva sono a mio parere quei tre milioni e passa di votanti che altro non hanno fatto se non far trionfare la Democrazia. In questo caso chi ha perso è stata come al solito la politica che non ha esitato ancora una volta a prendere in giro la gente in un testa a testa tra candidati inesistente. Noi però in Italia ci siamo abituati e si sa che il militante, spronato dal sacro fuoco e anche se preso un po’ in giro, per il partito fa questo ed altro.
I cittadini hanno risposto però a qualcosa di sconosciuto visto tutti i punti interrogativi che accompagnano questa nuova formazione politica che ha un programma - sempre se così si può chiamare - sparso in 40 numeri del Corriere della Sera con altrettanti 40 articoli del sindaco di Roma. Per onestà però non ribadire la grande novità, almeno formale, del partito nato dall’implosione Ds/Margherita, sarebbe sbagliato. Ora il Pd dovrebbe trainare la sinistra moderata nella perdita di ogni genere di radicalismo ed estremismo, e almeno in questo faccio gli auguri a Veltroni augurandogli un successo completo. Faro in un altro momento lo scansione politica e l'analisi delle conseguenze dalla nascita del Partito Democratico, perchè oggi vorrei soffermarmi su altro.
Quello che la nascita del Pd scuote e rilancia, a parte un nuovo (forse) cammino per le sinistre, è il concetto del bipolarismo, uno schema che non solo mi lascia perplesso ma, che almeno per il momento, poco ha portato nel nostro paese se non fallimenti. Prima del ciclone tangentopoli avevamo il tanto famigerato pentapartito il quale portava in grembo parecchie ideologie ben distinte frutto della nostra cultura: i conservatori, gli ambientalisti, i comunisti, i socialisti ed i moderati. Di fatto questi partiti, pur con i loro pro ed i loro contro, hanno arricchito e traghettato l’Italia verso l’utopia di De Gasperi che, già all’epoca, aveva visto molto più lontano di altri.
Solo l’ideologia riesce a frenare l’uomo laddove si trova a contatto con il potere e quindi si corrompe. Solo una reale base di valori fa, in un certo qual modo, riflettere l’uomo sulle sue decisioni e quindi sulle sue azioni. Tralasciando quali di queste ideologie appena descritte sia migliore dell’altra e leggendo i primi quarant’anni dal dopoguerra in poi, scopriamo che nel paese una cultura politica moderata, che mediava con le altre forze in campo, abbia sostanzialmente (compiendo anche molti errori), trainato il paese ad una sua maturità. Scaduto il suo mandato, serviva qualcosa che avesse saputo leggere il vento della modernità con un economia in costante mutamento. La vision che fino ad allora aveva funzionato ha però di fatto omesso alcune decisioni importanti che hanno dato l’alibi agli ultimi 15 anni politici in Italia di cui tutti siamo a conoscenza. Questa premessa va fatta per capire esattamente come gli ultimi anni della nostra politica stiano piano piano smembrando i vecchi schemi politici per far strada a concetti nuovi di culture però a noi avulse e che non hanno nè una storia e nè una tradizione veramente radicata. Tutto questo fa riflettere su come il tentativo della nuova classe politica di portare il paese verso un bipolarismo secco, sia quantomeno affrettato ed utopistico. Se, come dicevamo prima, l’impostazione penta-partitica aveva in se una base culturale molto forte con ideologie altrettanto forti e radicate, cosa di fatto può portare culturalmente un bipolarismo? Possono di fatto il liberismo da una parte ed il riformismo dall’altra, sostituire le ideologie prima descritte?
Io credo di no. Non solo perché nel nostro paese sono gli italiani stessi a digerire a fatica questa nuova visione (basta vedere con che velocità si formano nuove partiti nel paese) ma anche perché culturalmente questi due filoni non hanno un fondamento nel nostro paese. Per il liberismo possiamo ricordare Cavour (che era un massone anticlericale e non un liberale) ed Einaudi, assolutamente personaggio da ricordare nei secoli. La domanda però è: “ basta tutto ciò per poter creare un filone ideologico nel nostro paese che sia base e dia coscienza alle persone ? Ed in secondo luogo, la nostra classe politica che si bagna la bocca di liberismo, vuole di fatto attingere a piene mani da questi filoni culturali? Stessa cosa dicasi per il Riformismo che di fatto sembra più una trasposizione del liberismo applicato al sociale, come dimostra il tentativo (secondo me timido e velleitario) di Alesina e Giavazzi nel loro ultimo libro Il liberismo è di sinistra, più che una reale alternativa dell'altro.
Di fatto questa problematica pone il solito problema, cioè che la politica, per essere politica vera, deve ancorarsi per forza a dei valori. E non è sbagliato o retorico poter dire che oggi ci sia una crisi di valori insita nella modernità. Una riflessione di Salvatore Natoli, docente di Filosofia della Politica alla II Università di Milano, secondo me azzeccata, può darci una mano a capire forse meglio il problema. Se un tempo il valore si identificava col costume ordinario, con la vita di una comunità, con le regole che si ripetevano attraverso la tradizione e quindi l'atteggiamento etico era sostanzialmente un atteggiamento di conformità a queste regole, poi, più avanti, si è sviluppato un nuovo concetto dicendo che l'oggettività del "bene" consisteva nel seguire la natura, perché si partiva dall'idea che la natura avesse un decorso, e un decorso obbligato. Staccarsi dalla natura, violarla, significava appunto fare il "male". Essere difformi dalla natura diventava "male", essere conformi diventava "bene". Le regole si trasmettevano di generazione in generazione e, attraverso questo, le società si conservavano, perché la morale, che noi facciamo coincidere molto spesso con il dovere; è qualcosa di più. La morale è una strategia che nel tempo l'umanità ha elaborato per conservarsi, per riuscire, per vivere.
Nella modernità le comunità naturali cominciavano ad allentarsi. Si partiva, si andava per il mondo e gli uomini non morivano più dove nascevano, conoscevano altre realtà, altre storie, altri popoli. E questo metteva in crisi i valori originari, i valori di appartenenza. E allora in questa dimensione il valore tende sempre di più a staccarsi dalla oggettività del bene, per diventare invece la scelta di un individuo, il termine di una valutazione del soggetto. E allora nella modernità fondamentalmente il soggetto diventa il titolare del valore, perché valuta. Dalla oggettività del "bene" si passa alla prospettiva della valutazione. Il valore è qualcosa che si scambia. E dalla moderinità il sistema dei valori è diventato un sistema di accordi-disaccordi, lo stato moderno nasce in base al "patto" e, così, avanti. E in questa situazione, per evitare il relativismo, che cosa ha fatto la modernità? La modernità ha cercato di costruire progetti universali di valore. I grandi ideali, dalla Rivoluzione francese in avanti, erano ideali universali e, nello stesso tempo, salvaguardia delle prerogative individuali. Di fatto quindi la modernità si pone in questa tensione forte, tra un progetto di universale e la istanza a garantire i successi personali, i successi individuali. E i grandi ideali, i grandi totalitarismi, il comunismo, i grandi progetti di trasformazione erano dei progetti in cui si cercava di combinare insieme l'estrema libertà dei singoli, ma anche la realizzazione complessiva della comunità e della società.
Purtroppo questo ha prodotto un triste destino, perché l'operazione non è riuscita. C'è stata anche una catastrofe, un naufragio. Oggi noi ci troviamo invece in una situazione in cui l'universalità dei valori sembra finita, sembra che il soggetto possa decidere così, della propria vita. Nella nostra società di fatto uno dei valori laici per eccellenza è la libertà, però la libertà è un valore arrischiato, perché se la libertà è assoluta, cioè assoluta assenza di vincoli, la libertà si tramuta in disperazione perché se si considera la libertà come puro arbitrio allora tutto viene messo sullo stesso livello.
Il vero tarlo dell’ultra-liberismo (che è un utopia) è di fatto concepire un uomo autore incondizionato della propria vita, un soggetto capace di tutto, dalla distruzione del mondo all'autodistruzione. Normalmente il risultato è l'autodistruzione. Perché? Perché, nonostante nella libertà incondizionata ci sia una voglia di onnipotenza, gli individui non sono una potenza infinita. L'assurdo della libertà incondizionata, di questo volersi a ogni costo sentire potenza illimitata, diventa il pericolo non solo per il mondo, ma anche per sé stessi perchè porta alla catastrofe. Infatti il valore su cui si può costruire invece una relazione corretta è “il sentirsi finiti”, e quindi il completamento di sé e nell'incontro con gli altri. Allora, a questo punto, la dimensione del valore è l'assunzione della responsabilità. Nella responsabilità io rispondo all'altro. Ma perché rispondo all'altro? Perché non ne posso fare a meno. E perché non ne posso fare a meno? Perché io, da solo, non posso vivere. Allora la dimensione del valore è l'assunzione della reciproca responsabilità. A partire da qui si contratta.
Quindi, sempre affrontando il discorso dal punto di vista laico ed etico, i criteri per supplire alla mancanza di valori creata dalla modernità possono essere circoscritti nella libertà e nella alterità. La libertà riguarda la capacità di movimento del proprio agire, di responsabilità rispetto a se stessi. Però si è veramente liberi non se si ritiene che per noi non ci sono vincoli, ma se si è capaci di valorizzare la nostra forza, la nostra potenza; la quantità di energia che noi siamo, sapendo però che noi non possiamo tutto. L'altra dimensione, in cui la libertà si compie, è l'alterità, cioè a dire l'incontro, la relazione con l'altro. Quindi il modo attraverso cui nella nostra società si può creare una etica adeguata al nostro tempo è di ripatteggiare costantemente le nostre posizioni, tenendo conto di queste due dimensioni di fondo: libertà e alterità. E' in questo gioco della relazione che noi possiamo sortire buoni effetti di convivenza.Se ci pensiamo bene tutto questo non si discosta molto da una visione religiosa, propria del cristianesimo, del concetto di valore: libertà nella condivisione e nell’incontro di Dio con l’uomo.
Questa lunga premessa è stata fatta per arrivare secondo me ad una regola basilare e cioè che vivere senza valori è impossibile perché ci toglie, come abbiamo visto, la possibilità di potere “valutare” di fronte alla natura, alla realtà e all’uomo. Com’è possibile quindi che la politica, che alla fine è la sintesi del nostro rapporto con la realtà che ci circonda, ne sia avulsa dato che attinge a piene mani dai valori? I concetti di Liberismo e Riformismo, privi di valori e tradizioni radicate nel nostro paese e che di fatto portano in grembo un sistema bipartitico per il quale non siamo pronti - come abbiamo già avuto modo di vedere in questi ultimi 15 anni – come possono quindi dare le risposte essendo la politica, come già detto, sintesi del rapporto dell’uomo con l’oggettività della natura e della realtà? Per essere portatori politicamente di una reale vision per il paese la politica quindi deve per forza attingere da fondamenta solide le uniche in grado di dare la possibilità di poter valutare a mente lucida la realtà. Senza questa base è inevitabile il fallimento.
A rileggerci













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