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Il dilemma fiscale tra pagare e non pagare

Da più parti, specie da quelle della santa alleanza governo-sindacati-confindustria, si leva periodicamente la scomunica nei confronti di chi non paga le tasse. Personalmente, non so se l’evasione sia ragionevolmente stimabile nei 100 miliardi di euro (o 200, chi lo sa?) e credo che non lo sappia nessuno, altrimenti sarebbero già andati a prenderli.

Sicuramente, si tratta di cifre consistenti e di un fenomeno assai diffuso e altrettanto certamente hanno le loro ragioni quelli che il “pagare meno, pagare tutti” l’hanno eletto a programma politico.

Come sempre, si tratta di uno slogan che non ha alcuna possibilità di trasformarsi in azione concreta, così come sono illusori i risultati delle feroci battaglie di Visco e di tutti coloro che hanno maturato la convinzione che il problema si possa risolvere o attraverso i condoni oppure facendo fare la faccia cattiva alla Guardia di Finanza.

A volerci guardare un pochino dentro, e senza farsi prendere dai calori dell’appartenenza politica, il nodo reale del problema sta nel ruolo poco trasparente che ricopre lo Stato, cioè quell’entità che le tasse le chiede. O meglio, nel ruolo della politica, perché da noi il concetto di Stato coincide con quello di governo in carica e, di conseguenza, con la parte politica che se ne occupa in quel preciso momento.

Il fatto è che la politica fa un uso eccessivamente opaco delle risorse che raccoglie e troppo spesso all’opacità ci accompagna una serie di usi che, a voler essere buoni, si potrebbero definire impropri. Tanto per essere più espliciti, del totale raccolto nessuno conosce la destinazione, forse neanche coloro che la decidono e in molti casi le destinazioni prendono la strada del sovvenzionamento più o meno esplicito delle lobbies che sono sul carro del vincitore. Ancora più chiaramente, la gran parte dei quattrini vengono buttati dalla finestra o regalati agli amici degli amici.

Di solito si dice che chi evade lo fa perché al prezzo richiesto non corrisponde un livello qualitativo e quantitativo adeguato di servizi offerti, il che è in parte vero.

Ma soprattutto è vero che sul fenomeno incide il tipo di cultura che la classe politica italiana ha imposto al paese e che, siamo sinceri, non ha fatto alcuna fatica ad inculcare. Se le risorse pubbliche sono state costantemente impiegate per foraggiare le clientele scoraggiando il diffondersi della logica del merito, in un ambiente che alla clientela s’è affezionato per tradizione plurimillenaria, è evidente che il rapporto tra cittadini e governanti non si poteva che incanalare secondo un doppio binario: gli inclusi nel rapporto clientelare restano complici in eterno e quello che pagano, in qualche modo, i clientes se lo vedono restituire in larga parte, gli esclusi dalla familia si difendono da sé cercando di arrivare primi sul podio del più furbo.

In questo senso, quando si leggono le aliquote nominali ci si dovrebbe chiedere se coincidano davvero con quelle reali. Io sospetto che non sia così e che la forbice sia più ampia di quanto normalmente si possa pensare. Al netto delle “redistribuzioni” dirette e indirette (e non solo in moneta, ma anche in termini di politiche del lavoro, di raccomandazioni, di protezioni e di flebo regolamentari) e dell’evaso, credo che la pressione fiscale reale in Italia sia più bassa di quella che sembra. Il punto della questione è che il sistema del prelievo nominale record con una mano e della mitigazione tramite sovvenzioni varie con l’altra entra in crisi non quando la qualità dei servizi fa schifo, ma quando la percentuale di esclusi dai maneggi si alza troppo.

Allora, tanto per fare un esempio, se non si può evitare di rendere più flessibile il mercato del lavoro riducendo le tutele di chi trova un impiego, lo scambio tasse-garanzie diventa meno favorevole per chi dovrebbe pagarle e il nostro “precario”, fatti due conti, si smalizia e comincia a nascondere, quando può, una parte del suo reddito.

In questo caso, possiamo assumere che il livello di tassazione reale del “precario” è più basso di quello nominale. Siccome il rapporto numerico tra i forzati del fisco (tendenzialmente i dipendenti) e il resto della ggente è cambiato, ecco che l’evasione diventa un problema più serio che in passato perché, a livello centrale, hanno due sole possibilità: o aumentano ancora la pressione su chi paga o tagliano da qualche parte facendo incazzare quelli che non possono sottrarsi all’obbligo (sempre perché aumenta il prezzo a parità di vantaggi).

Tutto questo discorso prolisso e noioso per dire che è inutile ragionare di aliquote e/o di basi imponibili se non si mette mano al rapporto culturale drogato tra politica e risorse pubbliche, cioè al cosiddetto sistema. La qual cosa si può fare benissimo partendo dal basso, cioè spezzando la catena di clientela e smettendo di chiedere assistenza anche per la carta igienica. Insomma, fare un pochino più da soli senza aspettare che arrivi sempre Babbo Natale coi regalini in finanziaria. Allora, cambiando lo slogan in “chiedere meno e non chiedere tutti” qualcosa si potrà cambiare. Se, al contrario, stiamo ad aspettare che sia la politica ad invertire la rotta, stiamo freschi. Anche perché, tra tutte le parti in causa, è la politica ad avere l’interesse maggiore a sputtanare quattrini visto che quelli che spreca sono quattrini che non si guadagna lei.

(Nella foto, alternative)

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ritratto di Mthrandir
 

Mumble mumble. Ci devo ancora pensare, su quello che hai detto. Per vedere se è di destra o di sinistra. :DDDD

Siccome il rapporto numerico tra i forzati del fisco (tendenzialmente i dipendenti) e il resto della ggente è cambiato

ehm... solo due note/esempi:
1) a parità di soldi raccolti non capisco perché un autonomo debba pagare il 60% di tasse e un dipendente il 45% (non ricordo i numeri con esattezza, ma so che l'autonomo pagava una percentuale assai più alta!)
2) ti posso garantire (conosco di persona) che di poveri dipendenti statali che finite le loro 8 (se va bene) ore (a volte vanno pure via prima e fanno dire ai colleghi che sono in un altro ufficio) vanno a lavorare in nero da un'altra parte ce ne sono miriadi!
quindi non spacciamola che basta essere lavoratore dipendente per essere un santo!

gregorj, mi sembra che sia solo di buon senso. Ma, forse no:-)
Valyaah, mica ho scritto che i dipendenti statali sono santi. Dove l'hai letto? Il mio erea un ragionamento generico e, al contrario, mi pare che si capisca bene che, fino ad ora, chi ha tratto maggiori vantaggi da questo sistema fiscale siano proprio i dipendenti. Dipendenti in genere, gli statali in particolare. Io sostengo che sono proprio loro che hanno accettao la tutela del Papà Stato che a tutto provvede in cambio di un paio di rinunce: ambizione economica e libertà. Se ti pare che li abbia santificati...:-)

“Chiedere meno e non chiedere tutti” è uno slogan certamente più condivisibile e mirato ad una maggiore efficienza, che poi significa anche equità.
Un piccolo appunto, però, è d'obbligo, in quanto Confindustria non è, come purtroppo da fuori appare (per una serie di ragioni che sarebbe un po' lungo elencare), così monoliticamente schierata con "Luca Luca" ed il dibattito interno risulta alquanto vivace e non privo di contrasti.
La grande maggioranza degli associati - aziende di dimensioni piccole e medie - non ha il potere né la collateralità con la politica della FIAT, ma anzi chiede da tempo un modo diverso di agire ed ultimamente lo stesso presidente si è trovato costretto a portare in pubblico proprio la richiesta di "meno tasse in cambio di meno sovvenzioni".
Probabilmente questa posizione non rispecchia l'interesse del suo gruppo (anche il recente discorso di Marchionne è illuminante in merito), ma le voci in tale direzione si stanno facendo sentire molto meglio, così da non poter essere ignorate (si veda, ad esempio, la visibilità conquistata dal presidente della PMI confindustriale Morandini, cosa mai successa fino ad ora).
Ecco, quindi, che diventa (fortunatamente) improprio considerare ancora e sempre la principale associazione degli imprenditori italiani alla stregua di una stampella a qualunque governo, come in passato (anche recente) è peraltro avvenuto.
Naturalmente sarà fondamentale proseguire con decisione sulla strada intrapresa, ed un segnale importante dovrà essere dato in occasione del prossimo rinnovo dei vertici (presidenza e giunta).

Luce dei miei occhi, non era un attacco contro di te, era un "giriamo il dito nella piaga" tranquillo :-)

Non facciamone una contrapposizione tra autonomi e dipendenti, perchè ognuno vede solo i ricchi dell'altra categoria, ma non i poveri.
Chiunque potrà trovare ampi motivi per dire che gli altri sono privilegiati; i dipendenti diranno che gli autonomi si lamentano tanto ma intanto viaggiano con il Suv, gli autonomi tirano fuori il secondo lavoro degli statali (e i privati non esistono?).
I dati forniti da Vaalyah sono inesatti; riporto un esempio preso dal sito dell'ACTA (ho solo approssimato i dati per leggibilità):

Dipendente Autonomo
Lordo azienda 41356 41356
Tfr 2726
Inps azienda 8773
Altri azienda 607
Lordo lavoratore 29249 41356
Inps lavoratore 2688 9718
Imponibile 26561 31638
Irpef 6571 8342
Irap 1004
Addizionale 329 396
Deduzione 991 513
NETTO 20651 22408
TASSE 5910 9229
INPS 11461 9718
TASSE + INPS 42% 46%

Alla fine c'e' quindi una diversa distribuzione delle componenti; gli uni otterranno più soldi subito altri dopo, ma il risultato finale non è molto diverso.
Gli autonomi hanno in più l'odiosa Irap, ma hanno la possibilità di dedurre parzialmente costi, pagano meno contributi ma hanno più soldi disponibili subito con cui pagarsi un fondo complementare.

Spero di non essere andato troppo fuori tema, ma credo che non sia utile a nessuno una contrapposizione che non porta da nessuna parte.

Valyaah, figurati se mi metto ad interpretare i commenti come attacchi personali:-D
Alex, mi immaginavo che l'esempio avrebbe potuto condurre in equivoco, ma serviva solo per dire che la tendenza evasiva nasce da un punto preciso, cioè dal cattivo rapporto tra chi chiede e chi paga, prima ancora che dal quanto viene chiesto e dal quanto si paga. E' lì che bisogna cambiare. Altrimenti, teniamoci l'evasione e piantiamola di frignare:-)

Alex, i miei non erano dati. Come avevo scritto nel primo commento: (non ricordo i numeri con esattezza, ma so che l'autonomo pagava una percentuale assai più alta!) proprio perché non ricordavo i dati!

Approvo completamente il tuo articolo.
Mi chiedo però da dove cominciare per applicare praticamente il tuo slogan “Chiedere meno e non chiedere tutti” o meglio quale sia il percorso per arrivare ad avere un cambiamento culturale del genere.
Quello che so è che è sicuramente possibile arrivarci o almeno avvicinarci ad esso perchè se guardo le nazioni anglosassoni vedo una maggiore propensione verso i due punti che credo fondamentali per il tuo discorso:
- è un dovere e un onore aiutare la collettività (paghiamo le tasse)
- non si deve vivere alle spalle degli altri (facciamo da noi)

Dietro questi due concetti si nasconde un mare di punti, ma anche di scelte di base (liberismo e socialdemocrazia, cattolicesimo e protestantesimo, ...)

Ad esempio nel mondo anglosassone il lavoro ha una maggiore valenza che in quello cattolico, per cui costituisce un mezzo di "realizzazione" personale riconosciuto anche a livello religioso.
Per un cattolico rimane solo un modo per vivere, per un protestante può voler dire affermarsi, per cui alla fine pagare le tasse diventa uno dei modi per dire che si è ad un certo livello nella comunità e quindi è un onore oltre che un dovere farlo.

Credo che per poter incidere significativamente sul comportamento generale occorra fare comunque scelte radicali a livello politico e non sia possibile limitarsi a farlo "dal basso".
Siccome non credo che si possa diventare tutti protestanti liberali in un giorno, penso che una delle scelte fondamentali sarà proprio quella di rompere la catena fondamentale lavoratori dipendenti - contratto a tempo indeterminato, quindi rendere tutti più "precari" ma tutti "rimboccanti maniche" e "paganti tasse".
Il problema sarà trovare qualcuno che abbia il coraggio di farlo.

Eh, Alex, qui la faccenda diventa lughissima. Pur non essendo un esperto, so che il diverso atteggiamento dei protestanti ha contributio non poco allo sviluppo di un modello economico diverso dal nostro. basti pensare che, per loro, è toccato dalla grazie quello che ha successo nel mondo, non il povero sfigato. Mi sembra chiaro che l'approccio sia piuttosto differente. Io credo si possa cominciare dal basso, quanto meno limitando le pretese e rispondendo, qualche volta, "No! Grazie". E' possibile, ma non probabile. Il paino B, cioè un cambiamento di rotta che parta dalla politica, mi sembra non solo improbabile, ma impossibile:-)

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