
Probabilmente è una richiesta eccessiva, ma forse sarebbe anche arrivato il momento che ognuno cominciasse a stare al posto che gli compete visto che, se anche ci stesse, non si capirebbe lo stesso un accidenti.
Una delle organizzazione che invade sempre più spesso il campo è, tanto per cambiare, la CGIL la quale, molto tempo fa, faceva il sindacato dei lavoratori. Almeno, così diceva di fare. Oggi, al contrario, posto che più della metà dei suoi iscritti sono pensionati per cui diventerebbe assai arduo per la CGIL sostenere di essere ancora un’organizzazione che persegue lo scopo statutario che si è data alle origini, la truppa guidata da Epifani è diventata un vero e proprio partito.
Con la differenza, rispetto agli altri, che i suoi leader partecipano alle decisioni politiche senza essere passati per regolari elezioni. E’ vero che con la legge elettorale attuale il mancato passaggio è meno rilevante che in precedenza, ma si tratta comunque di un’eccezione sulla quel bisognerebbe riflettere. Dico questo perché è ormai evidente che una bella fetta delle sorti che attendono il presente governo dipende da quello che si vorrà, o si potrà, fare del patto sul welfare firmato tra Prodi e la Trimurti prima del meritato riposo agostano.
A sottolinearlo non sono io, ma il buon Epifani in persona che si concede alle pagine di Repubblica rilasciando un’intervista che uno si aspetterebbe riservata ad un leader di partito.
Ora, da privato cittadino Epifani può coltivare tutte le cattive opinioni che vuole sul governo attuale, ma quando dice che soltanto una vittoria dei “sì” nel referendum interno indetto dai sindacati per ottenere il placet della base all’accordo può salvare il governo, allora c’è qualcosa che non va.
In primo luogo perché si tratta di un referendum di parte (gli iscritti ai sindacati non sono l’elettorato italiano e, probabilmente, nemmeno tutto l’elettorato del centrosinistra) indetto su un argomento estremamente specifico il cui responso non ha alcuna legittimità elettorale in campo politico. E’ chiaro che una vittoria dei “no” avrebbe un significato politico e non sarebbe un favore per il governo, ma da qui ad esserne il momento della caduta ce ne passa parecchio.
Secondo, l’eventuale vittoria dei “no” dovrebbe rappresentare un atto di sfiducia, prima ancora che nei confronti del governo (che è parte negoziante con i sindacati, ma dovrebbe stare dall’altra parte del tavolo), nei confronti di coloro che in stanno alla testa dell’allegra brigata. Epifani su tutti e prima di ogni altro. Quindi, se proprio vogliamo dare a questa farsa il peso che ha, l’unico a rischiare sul serio dovrebbe essere il segretario della CGIL visto che lui ha firmato l’accordo per conto di coloro che sono chiamati ad esprimersi sui contenuti del famigerato protocollo.
Da ultimo c’è anche il non trascurabile fatto che la regolarità della consultazione non è garantita da alcuno che non sia “dipendente” dei sindacati stessi. Siccome l’aria che tira all’interno, specie a casa della FIOM, non è esattamente quella del “volemose bene”, qualcuno dovrebbe spiegarci perché e su quali basi la gente dovrebbe fidarsi dell’esito della votazione.
A maggior ragione dopo i soliti fischi e le solite contestazioni incassate a Mirafiori oggi (smentite senza grande convinzione dall'Unità), gustosa replica di quanto avvenne ad inizio anno ed ennesima dimostrazione di quale sia il grado di rappresentatività dei sedicenti sindacalisti.
Eppure, il parere di Epifani sembra uno di quelli di un certo rilievo e il potere di condizionamento dell’organizzazione che guida è uno dei più forti in circolazione. Qualcuno dirà che è colpa della resa della politica, della sua incapacità cronica di decidere e della folle corsa a ricercare compromessi impossibili tesi a lasciare costantemente le cose come stanno. O, se possibile, a peggiorarle.
Nel caso in questione, oltre ai fattori di cui sopra si unisce un altro elemento che, Prodi o non Prodi, sarà sempre un vincolo per la cosiddetta sinistra di governo: il rapporto politicamente incestuoso con organizzazioni che non dovrebbero essere partitiche, e che invece lo sono eccome nella sostanza, impone di allargare costantemente il numero dei partecipanti alla spartizione della torta. In questo senso, quando si parla di equilibri di governo e si fanno i conti solo con i partiti ufficiali, si rischia di prendere delle cantonate perché i partiti che si candidano ufficialmente si portano appresso una molteplicità di “parenti” che, dando per scontata la comune appartenenza, non esitano ad occupare ruoli e funzioni che dovrebbero loro competere. E lo fanno senza provar troppo imbarazzo. Anzi, lo considerano normale, come Strassoldo considera del tutto normale comprarsi le preferenze. Poi non c’è troppo da stupirsi se la gente crede solo nella polizia e nei carabinieri e, sotto sotto, non vedrebbe di cattivo occhio l’avvento di un uomo della provvidenza che rispolveri l’italian style degli anni venti.
(Nella foto, Uomo della Provvidenza)














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Allora è un vizio:-D
Tutti ti voglion
Tutti ti chiaman
Dicono "Mthrandir!"
E tu dici...
allora è un vizio
:-/
non ci sta proprio!
E' la solita falsa modestia.:DDD
Ma il sindacato, da che parte sta? Dalla parte dei lavoratori o dalla parte del governo? No, perchè forse sono un pò tarda ma non riesco proprio a capirlo eh?
Elly, il sindacato ha mollato i "lavoratori" da un pezzo per entrare a mensa della Grosse Koalition che non è quella tedesca, ma il minestrone i cui ingredienti sono i politicanti da strapazzo, il finto capitale privato e i sindacati medesimi. I quali i lavoratori li tengono a bada, come fa il pastore con le pecore:-)
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