Questo sito se ne sbatte del Web 2.0!

La sindrome di Lenin

La risposta classica agli allarmi berlusconiani sui mangiabambini dei soviet è ormai nota: il Cavaliere parla di un comunismo che non c’è più con lo scopo di radicalizzare ideologicamente la sua parte politica. E via con le analisi sulle specificità del comunismo nostrano, con le rivendicazioni sugli strappi con l’ex URSS e beatificazione berlingueriana. Poi leggi i giornali e anche il presunto moderato Dominici, sindaco di Firenze, non trova di meglio che dire di essersi ispirato ai metodi di Vladimir Il'ič Ul'janov – al secolo Lenin - per giustificare il testo dell’ordinanza sui lavavetri e rispedire al mittente Bertinotti le lagnanze sulla persecuzione degli ultimi. Ora, possono farne dieci di partiti democratici pseudo-riformisti, ma fino a quando la classe dirigente rimane quella formata alle Frattocchie il pantheon, anzi la cripta, degli dei ispiratori resta quello. Sotto pressione, salta fuori sempre un bel pezzo di verità. Lasciamo pure perdere che il richiamo al buon Lenin meriterebbe un’inchiesta da parte della Procura di Firenze dal momento che detti metodi prevedevano i Tribunali Rivoluzionari, la fattiva collaborazione della Čeka e le requisizioni coatte dei presunti surplus agricoli – una specie di “tesoretto” ante litteram – con annesse carestie e milioni di morti, ma certo è imbarazzante pensare alla viscosità di certi automatismi intellettuali.

E sono automatismi palesi, come nel caso di Dominici, ma anche latenti. A questo proposito basti leggersi l’editoriale di Ichino, apparso sul corrierino di oggi, provando a far finta che lo stesso non passi per uno dei più aperti e “controcorrente” dei riformatori in salsa rossa. All’apparenza si tratta di una posizione più liberale di quella corrente in tema di gestione delle relazioni industriali e di contrattazione, ma lo schematismo dirigista continua ad essere il faro che illumina la via di troppi “ex” e fuoriusciti allevati a pane e socialismo. E’ la sindrome di Lenin, che evidentemente è ancora nel campo delle malattie incurabili. Non tragga in inganno l’accenno all’eccesso di rigidità dei contratti collettivi nazionali, perché si tratta di un falso bersaglio. La verità è che non si vuole affrontare il problema alla base e ci si continua a nascondere dietro le acute analisi sul medievalismo corporativo della Trimurti e di Confindustria. Il punto della questione è: perché Confindustria e i sindacati hanno scelto di comportarsi, e di trattare, come nella Firenze del trecento? La risposta è assai più semplice di quella fornita nei convegni degli illuminati. E per trovarla basta guardare quali siano gli interessi che entrambe le associazioni provano a difendere. Su entrambi i fronti, l’oggetto è la grande impresa (vero Montezemolo?) metalmeccanica (vero Epifani?), quella con migliaia di dipendenti e che sta in bilico tra assistenza pubblica e profittabilità privata, quella che prende i finanziamenti pubblici per costruire stabilimenti privati e che, una volta in crisi, scarica sulla collettività cassa integrazione e prepensionamenti. Rappresentano due facce di una stessa corporazione, ma meno del 10% del paese. Eppure, la tesi di Ichino è che la contrattazione collettiva abbia senso per piccola e media impresa che non può (?) o non vuole (??) ricorrere alla contrattazione decentrata.

Stronzate! La piccola impresa è quella che impiega i cosiddetti “precari” invece di assumere a tempo indeterminato: basti pensare che la quota percentuale di “indipendenti” rispetto ai dipendenti diventa mediamente inferiore al 13% solo quando l’impresa supera i 50 addetti. Detto in altri termini, la contrattazione locale la fanno esattamente quelli che Ichino ritiene beneficiari della regolamentazione a livello nazionale, mentre la grande impresa e i suoi tavoli di concertazione sta costantemente in agenda di sindacati e Confindustria. Non siete convinti? Allora fate due riflessioni sui numeri dell’Istat relativi al settore privato: le aziende con più di 250 addetti sono poco più di tremila su un totale di 1,8 milioni (già scorporate le aziende con un solo addetto) e rappresentano lo 0,2% del “sistema Italia” e impiegano poco meno del 30% del totale dei dipendenti privati italiani. Per loro, che usano nel 99% dei casi un unico contratto di lavoro, varrebbe invece la necessità di essere flessibili. Io di numeri capisco poco, ma allora qualcuno mi spieghi come leggerli diversamente. Senza versioni alternative, tre sindacati che difendono gli interessi di meno di un quarto dei dipendenti privati e un’associazione di categoria che pensa e ragiona soprattutto per lo 0,2% dei suoi associati non vedo come potrebbero agire diversamente da una corporazione. E se la soluzione è riservare l’impostazione dirigista ai piccoli garantendo mano più libera agli oligopolisti, allora si abbia il coraggio – o la sfacciataggine – di ammettere che l’opera di Lenin continua ad essere il paradigma del riformismo mancino italiano. Chiaro: c’è che si presenta con la faccia buona di Veltroni e di Ichino o e chi preferisce quella meno rassicurante di Bertinotti e di Diliberto, ma alla fine son tutti figli dello stesso padre. E, temo, della stessa madre.

(Nella foto, leader riformista)

Average: 5 (5 votes)
ritratto di Mthrandir
 

La foto di Ichino non è venuta chiara .. o era Monteprezzemolo ?
:-D
ciao, Abr

Parli della faccia o della maschera?
:-D

Ichino è purtroppo di quella stirpe li,  nonostante sia un bravo ragazzo e si sforzi di uscire dal circolo vizioso. Per Montezemolo invece non c'è speranza. Ti basta ricordare i soldi succhiati da quella infame azienda chiamata Fiat. La regola è sempre quella: la massoneria. Non ne esistono altre.

Neanch'io sono un economista, ma la chiave di lettura su Confindustria e sindacati che insinui in questo post è suggestiva ed interessante... ci meditaterò su, grazie.

Salve,

lo sapevate che il debito pubblico è una truffa colossale ai danni del popolo sovrano e che consiste nella stampa e nella emissione a costo zero, dal nulla e senza copertura, di denaro, da parte delle banche centrali (BCE., FEED, Bankitalia S.P.A, ecc. - banche private e non pubbliche come vorrebbero farci credere), che viene poi prestato al suo valore nominale e con gli interessi, agli stati nazionali i quali, anzichè stampare moneta "preferiscono" farsela dare in tal guisa dai banchieri, per i bisogni della collettività?

Lo sapevate che le tasse che sborsa il popolo "bue" per pagare questo debito-truffa e i relativi interessi servono SOLO ad arricchire le banche e chi ci sta dietro e... a lato?

Se non ci credete, cercate su internet la parola "signoraggio".

Scoprirete una realtà sconvolgente!

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Tag HTML permessi: <a> <strong> <em><ul><li><code><cite>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.

Maggiori informazioni sulle opzioni di formattazione.

Captcha
Un rapido modo per difenderci dallo spam: