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Ancora tasse, ancora sulle tasse

Stabilito che anche Dio desidera che le tasse si paghino, il governo pare si voglia mettere subito al lavoro per aumentarle, stavolta “riallineando” le aliquote sulle rendite finanziarie attraverso l’adozione di un’aliquota unica al 20% sui guadagni derivanti da investimenti sul mercato dei quattrini, BOT inclusi. Era scritto nelle sacre tavole del programma unionista e non c’è da sorprendersi se questo punto troverà applicazione senza tanti scontri nella maggioranza perché, quando si tratta di passare all’incasso, sinistra riformista e sinistra radicale diventano improvvisamente un sol uomo e agiscono con lodevole compattezza. Così, mentre c’è un pezzo di paese che comincia a prendere in seria considerazione lo sciopero fiscale, cioè l’idea neanche tanto bislacca di non pagarne punte, una ristretta minoranza di bolscevichi d’assalto studia il sistema per chiederne un po’ di più dell’anno precedente che la famiglia aumenta e le bocche da sfamare crescono con lei. Saranno contenti i fedelissimi del conto corrente (impiego finanziario totalmente inutile per lo sviluppo) che pagheranno meno sui magri utili e meno felici quelli che, correndo qualche rischio, hanno pensato di investire in obbligazioni, azioni e finanche hanno contribuito a finanziare il debito dello stato prestando a questa scalcagnata classe politica i loro denari: siccome i loro investimenti sono molto più “costruttivi” di quelli amati dai materassai, saranno loro a pagare di più. Idea davvero brillante, in linea con la squinternata visione del mondo di Prodi e di Visco ai quali farebbe meglio un mese di sanatorio al posto di uno di mare.

Le cose più interessanti, però, le dice Casini che deve aver letto qualcosa sull’argomento fisco, ma non ha finito il libro. Lasciamo perdere l’invito finale a farla finita con le retroattività delle norme perché che sia un costume indegno lo sa anche un bambino dell’asilo, e ci concentriamo sui due punti “forti” del sistema proposto dal Signor Caltagirone. Intanto bisogna riscrivere il patto tra stato e cittadini – dice lui -, magari introducendo nell’accordo un limite massimo di imposizione oltre il quale non si possa andare. Quale? Beh, ancora non lo sa, ma pare una cosa attorno al 40-45% del reddito. “Famo ai mezzi” direbbero a Trastevere, e con ciò Pierferdi smentisce la definizione di liberale che si concede da sé. Ai mezzi si fa con uno che partecipa al 50% delle spese, mica con lo stato. Se il 40-45% è considerato un limite massimo accettabile, vuol dire che il “suo” stato sarà uno stato ben poco incline a tagliare spese e ad occuparsi di meno della vita dei cittadini. Probabilmente, non ci saranno mezz’ore legali in stile peggiori bar di Caracas, però stiamo da quelle parti. Viene spontanea una domandina: ma Casini, secondo voi, quando dice 40-45% ha una vaga idea che sta parlando di mezzo stipendio annuo dal quale vanno tolti ancora i contributi previdenziali obbligatori più il necessario per campare? Secondo me, no. Per lui, come per tutti i suoi colleghi, sono solo numeri e vuote percentuali. E’ chiaro che si parla di massimi, ma anche questa è un’indicazione del Casini-pensiero e dell’incapacità di andare oltre il sistema progressivo di imposizione che sarà anche quello costituzionalmente previsto, ma ha il piccolo difetto di disincentivare le ambizioni a guadagnare di più.

Però Casini, a metà del libro, ha letto qualcosa di interessante e, senza approfondire, ci mette la tecnica del contrasto di interessi: cioè la possibilità di dedurre le spese per il contribuente che, ricavando dalle fatture chieste un po’ in giro un vantaggio fiscale, obbligherebbe a loro volta i suoi fornitori ad essere più precisi con le dichiarazioni dei redditi. E’ un’idea che mi piace, sebbene mi fu spiegato tempo addietro da uno che ne molto più di me, che una generica deducibilità di tutte le spese finirebbe per rendere fiscalmente vantaggiosa la sola spesa per consumi a spese della quota di reddito da destinare al risparmio. In altri termini, se posso dedurre la spesa fatta al supermercato e non la quota impiegata in investimenti, mi converrà spendere il più possibile per pagare meno tasse. La distorsione, secondo me, si potrebbe anche correggere utilizzando qualche vagheggio, tipo che certe categorie di spese si dovrebbero poter dedurre su base pluriennale. Ad esempio, se spendo 10.000 euro dal dentista, posto che ne ricaverò benefici – si presume – per qualche anno, allora li potrò dedurre in quote uguali per 5 anni, cioè 2.000 all’anno. Così facendo, si recupera imponibile del dentista e non si uccide di tasse il cliente. Dividendo le spese in "correnti" e “in conto capitale” ricorrendo al concetto di ammortamento, credo che si potrebbe arrivare ad un decoroso compromesso. Resta, tuttavia, insoluto il solito problema che poi è il padre di tutti i problemi. Fino a quando non si deciderà di tagliare la paghetta allo stato confinandolo al ruolo di arbitro che gli compete, tutte queste proposte (e altre più intelligenti di queste) sono destinate a durare lo spazio di un week-end. La vera condizione per arrivare al taglio delle imposte è soltanto quella di spendere meno. Questi che governano oggi non ci pensano neanche, anzi vanno dritti nella direzione opposta. I loro potenziali concorrenti, ad oggi, non danno segni apprezzabili di rinsavimento. Il che, tradotto in parole povere, vuol dire che le tasse non ha intenzione di tagliarle nessuno.

(Nella foto, repubblica italiana)

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ritratto di Mthrandir
 

Aggiungerei una postilla:
fino a quando si consentirà all'Agenzia delle Entrate ed alla Guardia di Finanza di sparare sui giornali dati a vanvera, confondendo scientemente e strumentalmente le cfre richieste ai cittadini ed alle imprese sottoposti a controllo (denominandole "accertate", ma guarda un po' .....) con quelle realmente incassate dall'erario alla fine dell'iter (circa il 10% del richiesto, considerando per di più la grande benevolenza delle commissioni tributarie verso le istanze del fisco), saremo sicuri che la colpa del dissesto è sempre e solo dell'EVASORE brutto e cattivo e quindi la riflessione sulla spesa, semplicemente, non s'ha da fare.......

Bene bene, siamo in campagna antiVisco! Avanti così!
Quanto alla contrarietà di certi economisti alla deducibilità totale dalle tasse dei consumi, perchè si "mangerebbe" i risparmi, di correttivi (positivi) se ne possono trovare tanti. Ad esempio, tornando all'inizio del tuo post, rendendo i guadagni da risparmio molto appetibili perchè poco o punto tassati ...
Senza contare che, se qualcuno consuma tanto, allora qualcun altro vende tanto (e per vendere deve investire). Era il senso del famoso spot "Grazie!" ai tempi del precedente governo.
Non darmi retta non sono un economista, sono solo un milionario dilettante :-D
ciao, Abr

Mi piacerebbe che qualcuno la facesse, una riflessione sulla spesa. Al netto della demagogia sui costi della politica e bla bla bla, mi piacerebbe che qualcuno si mettesse a guardare il bilancio dello Stato, e mi dicesse dove taglierebbe, come e perché. Chi è che ha la pazienza di provarci, scatenando un bel casino?

p.s.: ovviamente nel post non ci dovrebbero essere scritte cose tipo "taglio la sanità perché costa troppo e la taglio a metà". Perché così sono capace anche io.

@ Doktorfranz: visto che la spesa è la variabile indipendente, non resta che calcolare quello che manca per coprirla. In poche parole, è la politica fiscale di questo paese dal decenni. Quanto agli accertamenti e agli evasori stanati, non dimentichiamoci che stiamo in Italia e si mercanteggia tutto per cui ti chiedo 10 per chiudere a 2,5:-)
@ Abr: delle tue floride condizioni economiche sono perfettamente a conoscenza e sai che condividiamo il privilegio di essere ricchi in "nero":-) Io sarei per la deducibilità totale - come mi semra di aver scritto - sebbene le osservazioni di Phastidio abbiano un loro senso. Però, figurati se finiremo mai a discutere di queste cose. Fossimo qua a dirci se è meglio la sua linea di deducibilità con un tetto oppure la nostra più radicale, saremmo a buonissimo punto. Oppure, altrove:-)
@ gregorj: allora facciamola, in due parole. Cominciamo ad abolire le provincie che non servono ad un fico secco. O meglio, servono a fare posti di pseudo lavoro e voti. Da sole, valgono un'iradiddio di quattrini. Sulla sanità: facciamo che chi vuole si possa coprire con polizze private e possa dedurre integralmente il premio pagato dal reddito (oggi non si può e, per paradosso, si possono dedurre le spese sostenute anche se rimborsate da compagnie assicuratrici), magari aprendo il mercato alle prestazioni in natura, cioè invece delle indennità in moneta il pagamento di rendite per lungodegenze o per disabilità totali. Terzo: fuori lo stato dall'impresa e fine delle tentazioni familistiche a gonfiare i carrozzoni di costi "sociali". Scuola pubblica in competizione aperta con quella privata senza trucchetti per creare un duopolio scuola pubblica socialista-scuola cattolica socialista (bel duopolio, eh?), sempre ammettendo le deduzioni dei costi sostenuti dalle famiglie. Chiudiamo una bella fetta di enti inutili e privatizziamo anche i serivizi locali: basta limitarsi a fare da controllori sulla qualità del servizio, mica bisogna erogarlo in  proprio. Sono solo esempi e magari, quando rientro, mi ci dedico un po' mettendoci i numeretti:-)

ecco, mthrandir, quello che mancano sono proprio i numeretti. Come tu immagini, io per province (e comunità montane) sono d'accordo; sulla scuola, , sarei d'accordo soprattutto a concentrare risparmi su primarie e secondarie (Draghi-style, per capirci) per darli a superiori e università; "fuori lo stato dall'impresa" è invece uno slogan, e anche "privatizziamo i servizi sociali", detto così, gli somiglia assai.

Quello che però il tuo piano deve (ripeto: deve) contenere non è solo il conto dei risparmi e le stime di questo e quest'altro. Deve anche dirmi cosa fare, ad esempio, dei dipendenti provinciali licenziati. Anche qui, senza slogan: non vale dire "mettiamoli nella sicurezza", ad esempio, senza spiegare come.

Attendo fiducioso ;)

(scusa la velocità con cui replico e la mia, di superficialità, ma oggi è una di quelle giornate...)

Ciao Mth bentornato!
Allora, come già ti dissi una volta, per me la ritenuta sui bot possono portarla anche al 30% se ci tengono tanto, e, non ci crederai, ma se lo fanno c'è soltanto da guadagnarci. Tranquillo, non sono appena uscita da uno dei peggiori bar di Caracas, ho semplicemente constatato che, se alzano la ritenuta, alzano di brutto anche il rendimento. Chi mai investirebbe in titoli, quand'anche di Stato e quindi relativamente sicuri, senza avere il proprio tornaconto? E non parlo tanto dei risparmiatori privati quanto delle banche, che hanno comunque degli interessi in quel tipo di investimento. Se la ritenuta fa diminuire il rendimento, molti non li vorranno e dirigeranno la loro attenzione su altre forme di investimento e lo Stato ha un bisogno estremo di quei soldi. Quindi facciano pure, innalzino la ritenuta, tanto poi devono pagare un rendimento più alto agli investitori.
A sostegno della mia teoria, posso dirti che già mi ero accorta, subito dopo le elezioni del 2006, e con lo spauracchio dell'innalzamento della ritenuta sui titoli, in particolare sui bot appunto, che il rendimento degli stessi era miracolosamente lievitato di almeno un punticino percentuale...
Quindi trovo questa misura non solo inutile ma anche dannosa (per loro).
Il discorso sulle tasse è molto complesso e illustrato magnificamente nel tuo precedente post. Forse la gente è stanca di pagare tanto per poi ricevere dei servizi inadeguati. Forse è stufa di vedere che i tagli alla spesa pubblica vengono fatti sempre a scapito del cittadino mentre lorsignori prendono un mare di soldi (pubblici) e non pagano praticamente nulla. L'euro poi ha peggiorato la situazione perchè ha fatto raddoppiare i prezzi e quindi il cittadino-contribuente si trova con lo stesso stipendio ma un potere d'acquisto dimezzato, e questo crea ulteriori difficoltà e ulteriore scontento.
Le tasse vanno pagate, naturalmente, ma ho come l'impressione che il cittadino medio si senta come un pollo da spennare allegramente.

Fosse solo un problema di mercanteggiamento, la faccenda sarebbe relativamente poco importante, ottenendo risultati concreti.
Il fatto grave é che dare in pasto alla stampa i numeri falsi anziché quelli reali produce un innalzamento dello scontro sociopolitico tra categorie e che ciò è funzionale al mantenimento del sistema attuale, fornendo un comodo caprio espiatorio da additare al pubblico ludibrio.
Inoltre l'aspetto scellerato della faccenda si concretizza nella linea d'azione degli "accertatori" (scusate, ma questo vocabolo mi ispira una certa ilarità ...), i quali hanno precise direttive di scovare evasione anche dove non c'è (lo posso garantire e non chiedetemi perché), ricorrendo in troppi casi anche alle minacce ed al ricatto, al fine di reperire risorse ad ogni costo.

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