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Cercasi rivoluzionario italiano

Il 6 di agosto anche un signor nessuno come me può permettersi il lusso di entrare in polemica con Giovanni Sartori il quale, sul Corrierino di oggi, firma un editoriale quasi ineccepibile sul piano filologico, ma totalmente fuori strada su quello della realtà.
Dico quasi ineccepibile perché è una riflessione un tantino furbetta su un argomento polemicamente nullo: in effetti, non mi pare che gli italiani siano disposti a cavar la pelle agli avversari sentendosi apostrofare “conservatori” e che, viceversa, ci sia qualcuno disposto ad arrabbiarsi sul serio di fronte al mancato riconoscimento del titolo di “rivoluzionario”. Gli abitanti dello stivale sono tutti rivoluzionari a parole e conservatori quando si tratta di agire nel pratico per cui l’argomento poteva essere risolto spendendo un paio di righe al posti di due colonne intere.
Soprattutto se si considera che almeno due delle considerazioni di Sartori possono lasciare ragionevolmente perplessi. La prima è che l’opposto di conservatore non mi pare necessariamente rivoluzionario, tanto meno rifacendosi a categorie di politiche che, in tutto l’articolo, fanno riferimento alla distinzione bipartitica anglosassone. Se Blair è stato un rivoluzionario, allora qualche tendenza simile potrei tranquillamente ammettere di averla anch’io.
Il punto è che da noi si tende a considerare rivoluzionaria la sinistra massimalista e conservatrice la liquida maggioranza moderata che si barcamena nel mezzo delle trincee collocandosi a seconda del vento che tira. Nei fatti, sono tutte forze conservatrici perché il nostro è un paese tendenzialmente socialista, dirigista, fortemente accentrato, dominato da oligopoli politici, sindacali e sedicenti imprenditoriali che lavorano indefessamente per mantenere un sistema sclerotico e obeso di burocrazia.
E’ una considerazione quasi banale che qualsiasi italiano può tranquillamente condividere. Il massimo del rivoluzionario, in Italia, è la protesta contro lo strapotere della bottega confinante, ma è soltanto un ringhio rituale funzionale allo svolgimento di una liturgia consolidata nei secoli.
Tornando a Sartori, quindi, possiamo ben dire che qua non esiste alcuna differenza tra conservatori e rivoluzionari che non sia una differenza metodologica di comunicazione: più paternalistica e rassicurante la prima, più guerresca e fintamente ardimentosa la seconda. Ma si tratta di facce della stessa medaglia. Al massimo, la competizione riguarda qualche marginale sfera di influenza politica di parte, me niente che possa scardinare la spartizione tacita del cadavere di un paese mai definitivamente spinto ad uscire dalla filosofia del clan.
In questo senso, definire conservatrice la sinistra massimalista non è per nulla arbitrario e nemmeno tacciabile di scopi confusionari.
Ciò che l’articolo non dice è che da noi sarebbero da considerare rivoluzionari coloro che credono in un sistema aperto ove vigano leggi che premino il merito e la competizione si svolga in concorrenza vera e regolare tra soggetti che obbediscono alle stesse regole, poche e chiare. La reale distinzione tra conservatori e rivoluzionari, in Italia, è questa e non quella da cercare con la lanterna tra schieramenti politici, nominalmente di destra o di sinistra, che hanno nelle corde un solo modello di società e che, quando dibattono, si scannano solo sul grado auspicato di invadenza formale dello Stato.Usando questa discriminante, che Sartori conosce sicuramente meglio di me, si scoprirebbe che, polticamente parlando, scendono sistematicamente in lizza due schieramenti formalmente avversari, ma fautori di modelli sociali in tutto e per tutto simili. Certo, cambiano le lobbies di riferimento, ma stiamo discutendo di dettagli.
Volendo separare i veri rivoluzionari dai veri conservatori, in Italia non ci sarebbe competizione perché i secondi otterrebbero maggioranze ancora più schiaccianti di quelle bulgare. O meglio, le ottengono già, ma abilmente travestite. Ci si interroghi solo un secondo su cosa sarebbe veramente rivoluzionario nel nostro paese: politica leggera, burocrazia ai minimi, deregolamentazione, efficienza, merito, concorrenza.
In sintesi, la rottura di tutte le piccole e grandi connivenze al riparo delle quali sta ben saldamente ancorato almeno l’ottanta percento degli italiani.
Meglio tenersi l’illusione di una dicotomia destra-sinistra perché, scavata lì la trincea, per una vera rivoluzione liberale non ci sarà mai spazio visto che la rivoluzione non la vuole mai la classe dirigente, ma qui non la vuole nemmeno la gente che la vota.
La distinzione, quindi, non ha alcun senso: siamo un paese a partito unico che gioca a fare la democrazia occidentale pensando che basti mettere in campo 80 partiti diversi per dirsi pluralisti. Ma sono 80 partiti con lo stesso identico programma politico, cioè lasciare le cose come stanno.
Mi sembra evidente che il socialismo all’italiana non lasci spazio a confusioni visto che quelli con le idee più chiare sono proprio gli elettori.
(Nella foto, alternative italiane)

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ritratto di Mthrandir
 

questo è il vero fosforo bianco, altro che falluja....
nel senso del potere illuminante, s'intende.
e tra 9 anni si celebrerà il centenario del partitone, che dal '26 ha cambiato solo nome e comparse.

p.s, hai visto gli spot del ministro Alessandro Saruman? inquietanti..... ma la cosa che più inquieta è il luccichìo disperato dell'occhietto dietro la lente che supplica: "fai almeno finta di avermi riconosciuto, prima di scendere le mani allo scroto e cambiarte canale....."

Mah, baron. Io sono alquanto pessimista. Tu stesso facendo il giusto riferimento al partito del '26 confermi che è un pessimismo ben riposto. Viviamo in un paese ad alto tasso di mafiosità, forse troppo alto. Credo che ci vorrà un miracolo. O, almeno, un'opa ostile:-)

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