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Le spiegazioni di Latorre accusano e non assolvono

Con questi qua l’accordo non è possibile. Punto. E’ tempo perso mettersi a discutere della rava e della fava perché noi partiamo da un concetto di legittimità e di normalità dell’azione politica che non coincide con quello degli eletti. Il problema, in fondo, sta tutto lì.

Per rendersene conto basta leggere la lettera accorata che Nicola Latorre ha spedito agli orchi complottisti del Corrierino e che, dal suo punto di vista, dimostra la sua totale estraneità ad eventuali illeciti.

Ecco, la sua idea di cosa sia legittimo fare per un politico si desume da questi illuminanti passaggi:

“[…] da più di due anni i mass media disquisiscono con asserita competenza su argomenti estremamente delicati e complessi e che costituiscono oggetto di valutazione da parte di alcune Procure della Repubblica.”

Intanto cominciamo dall’assunto di Latorre che nessuno, tranne i superdotati di intelletto della politica, possiede gli strumenti culturali per farsi un’opinione e, di conseguenza, qualunque giudizio uno si faccia se lo fa a suo rischio e pericolo ed è sicuramente sbagliato perché formulato sulla totale incompetenza. E questo la dice lunga sulla stima che nutrono nei nostri confronti. Ma andiamo avanti:

“Ho sempre affermato, anche dopo l'inizio dei procedimenti penali e suo carico, la mia amicizia con l'ing. Giovanni Consorte. Ho spesso e volentieri conversato con lui e nelle nostre frequenti conversazioni abbiamo anche affrontato il tema dell'Opa Unipol Bnl. Le relative discussioni, per lo più di carattere informativo, riguardavano comunque aspetti assolutamente generali e commentavano fatti già avvenuti o già resi noti e dibattuti sulla stampa.”

Primo, non è vero. Il signor Latorre non ha avuto colloqui “per lo più informativi” con Consorte, ma ha messo la sua influenza politica e quella di D’Alema al servizio dell’operazione sia organizzando incontri riservati a cena sia passando la cornetta a D’Alema che si dilettava a disquisire della richiesta di contropartita politica di Bonsignore (UDC) in cambio del suo pacchetto azionario e lo metteva sul chi va là perché c’era il pericolo di essere intercettati. Lui in persona, poi, riceve da Ricucci (il sovversivo rosso, ricordate?) la conferma che l’odontotecnico di Zagarolo ha fatto tutto con Unipol e, a casa mia, le conferme si danno a chi le chiede.

Posto che non è vero quello che scrive, ammettiamo pure che lo sia, e qui sta la differenza. Secondo Latorre è perfettamente normale che la politica si occupi di fusioni bancarie non solo quando scrive le regole, ma anche quando qualcuno decide di scalare qualcun altro. Un po’ come dire che per un arbitro è normale scendere in campo e tifare per una delle squadre in campo. Il motivo? Sono operazioni di rilievo nazionale. Sulla base di questo ragionamento, a Moggi dovevano dare una medaglia invece di mandare la Juve in B perché anche uno scudetto vinto in modo poco chiaro corrisponde alla soddisfazione di un rilevante interesse nazionale, cioè quello di più 13 milioni di tifosi bianconeri. Dalla lettera confessione di Latorre, quindi, si evince con grande nettezza che siamo noi quelli che hanno un’idea sbagliata del ruolo di un politico e non sono loro a contravvenire alle regole quando ficcano le mani dove la mamma dice che non si può.

Su queste basi, non c’è possibilità di compromesso, anche perché Latorre – ne sono più che convinto – crede in buona fede che le cose stiano così. Cioè, è veramente convinto di essere dalla parte del giusto e di non aver fatto alcunché di censurabile.

“Molto si è detto e scritto sull'interessamento mio e di altri di fronte all'iniziativa dell'Opa Unipol Bnl e molto si è criticato che vi siano state conversazioni e interessamenti nei confronti di questo progetto industriale. È opportuno chiarire che questa iniziativa, determinante per il Paese, non poteva non suscitare l'interesse del mondo politico che non soltanto è, ma deve essere, come accade in tutto il mondo occidentale, sensibile agli assetti economici e finanziari. E qui confermo tutto il mio rammarico per il mancato successo di quella operazione.”

Fine delle trasmissioni e delle argomentazioni. Per lui essere sensibili agli assetti economici e finanziari del paese, magari contribuendo fattivamente a costruirli in un modo piuttosto che in un altro, è legittima prerogativa della politica.

Se il modello politico di riferimento fosse la dittatura o il feudalesimo, Latorre avrebbe le sue ragioni. Ma se, come pare di capire, si pretende di considerarsi anche solo nominalmente in democrazia, allora conviene ricordargli che certe legittimazioni se le riconoscono anche i mafiosi.

(Nella foto, Latorre)

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ritratto di Mthrandir
 

Il candore delle affermazioni di Latorre non sono che un esempio della evidente convinzione da parte della maggior parte dei politici, di ritenersi legittimati a qualsiasi tipo di interferenza ed intervento nella vita pubblica. senza alcuna considerazione di quei minimi requisiti di opportunità e correttezza istituzionale che, viceversa, dovrebbero essere il cardine di comportamento di ogni politico ideale. Ma di ideale nella nostra povera politica italiana non è rimasto proprio nulla.

nick, sono la prova del fatto che sono convinti di vivere in un mondo rimasto al feudalesimo.:-)

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