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Il governo dei sindacati

L’acquisto dei rottami della compagnia aerea di bandiera non conviene neanche a chi era destinato a diventare monopolista sulle tratte golose sicché AirOne si ritira ufficialmente dalla competizione. La gara, però, resta aperta probabilmente in attesa che qualcuno risponda all’annuncio su Secondamano. Ovviamente, la faccenda interesserà poco perché queste sono le giornate della commedia buffa di Emma Bonino e dei risentimenti da “Avanti popolo” dei rifondaroli antiscalone. In realtà, AirOne ha mandato un messaggio bello chiaro ai nostri cultori dell’utopia statalista che si può sintetizzare in una considerazione banale assai:

“Dopo che ho comprato (e pagato), con una cosa mia ci faccio quello che mi pare. Quindi, mi devi dire se nel prezzo devo includere i costi della tua ideologia filosindacalista oppure no. In caso affermativo, ciccia. Tieniti baracca e burattini e arrangiati”.

Oddio, il comunicato è espresso in modo più elegante, ma girarci intorno non serve a niente. Il governo questo voleva, e vuole fare. Vendere non solo e non tanto un’azienda, ma scaricare sulle spalle altrui decenni di assistenzialismo d’accatto, di privilegi concessi per scongiurare i soliti scioperi e comodi parcheggi assegnati a petulanti clientes. Il tutto a scatola chiusa e con l’obbligo di subordinare il potere decisionale dei nuovi azionisti a quello di veto dei sindacati i quali, si badi bene, non ci mettono un euro.

Nei fatti, una replica in piccolo di quello che fa il governo ogni giorno: dice di concertare, di ascoltare tutti e di tenere in considerazione tutte le opinioni, poi deve cedere alle pressioni degli onnipresenti sindacati e della minoranza nella minoranza. A livello istituzionale, fino a quando Prodi resterà attaccato al suo polmone artificiale e fino a quando qualche persona di buon senso deciderà che è giunto il momento di passare dalle belle parole ai fatti, non ci si può fare niente.

Ma sul singolo affare, il fallimento di impostazione si mostra in tutta la sua sconcertante evidenza. Abbiamo un governo che ragiona in termini di lotta di classe anni ’30 e di assistenza statalista demodé che pretende di governare un mondo che sta, mediamente, 100 anni più avanti.

E non solo pretende di imporre la sua visione quasi medievale del mondo, ma si secca quando gli si fa notare che la stragrande maggioranza della gente non è disposta a collaborare alla realizzazione del sogno – o dell’incubo, dipende dai punti di vista – dello Stato degli uguali.

La situazione, quindi, è quella di un Paese ostaggio di un gruppo ampiamente minoritario di nostalgici della rivoluzione d’ottobre che, sotto le mentite spoglie dei barricadieri dell’Equità, lotta incessantemente per difendere il privilegio, ovunque e comunque si annidi.

Lo difendono per i dipendenti dell’Alitalia, i quali sanno bene di essere troppi e troppo costosi, ma si guardano bene di ridurre le loro pretese, così come lo difendono per le presunte vittime dello scalone che altri non sono se quelli destinati ad andare in pensione a regole nettamente più vantaggiose di quelle che saranno applicabili ai loro successori.

Per loro i soldi non mancano mai essendo abituati da sempre a considerare l’iniziativa privata e la libertà individuale come inesauribili bancomat sempre pronti a sfornare quello che necessiti alla bisogna. E se lo sportello rifiuta di erogare quanto richiesto, si passa direttamente al taglieggiamento e al ricatto.

E’ chiaro che per mandare a segno il ricatto ci vuole sempre qualcuno disposto a farsi ricattare, ma considerando lo spessore della classe dirigente attuale non ci sono da coltivare eccessive speranze sulla fermezza della posizione. In parte anche perché lo stesso modello parassitario è quello che la politica adotta nei confronti del popolo sovrano.

Resta da chiedersi quanti di questi parassiti ci si possa permettere e quanto a lungo li si possa lasciar banchettare allegramente col sangue del corpo elettorale. Nessuno può azzardare una previsione, ma esiste un limite massimo che è la sopravvivenza dell’ospite: morto quello, il destino è segnato per tutti.

(Nella foto, noto sindacalista)

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ritratto di Mthrandir
 

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