
D’Alema è così, un personaggio eccentrico che si crede investito da Dio in persona di un talento fuori dal comune, ma alla prova dei fatti un improvvisatore un po’ naif convinto che l’idea trasgressiva e controcorrente sia sempre segno indubitabile di una lungimiranza politica riservata a pochi eletti.
E’ anche uno di quei politici attorno al quale è stata costruito dalla propaganda il mito di una superiorità intellettuale che, a differenza della tradizione popolare, un fondo di verità non ce l’ha. E’ un tizio costruito in laboratorio – alle gloriose Frattocchie -, sbucato dal nastro trasportatore dopo aver passato tutti i controlli di qualità di un ambizioso processo di eugenetica politica che è stato il sogno e l’utopia della vecchia dirigenza del PCI, cioè la costruzione in stanze sterili della classe dirigente dei “migliori”. Ebbene, D’Alema è uscito di fabbrica convinto di essere un prodotto di successo, ma è soltanto un bel contenitore di robaccia infima. La sua ultima uscita non si può neanche liquidare come concessione all’ideologia, ma è roba da processo penale per apologia del terrorismo. Secondo il ministro degli esteri, con Hamas bisognerebbe trattare comunque per almeno due motivi. Il primo perché, in teoria, è si un’organizzazione terroristica, ma è anche forza popolare “democraticamente” eletta. Ora, a parte l’indulgenza sul dettaglio che si tratti di associazione criminale, che sia una forza democraticamente eletta è opinione personale del ministro e dei benpensanti conigli come lui. E’ ovvio che il concetto di elezione democratica, per D’Alema, è alquanto largo rispetto a quello prevalente in Occidente, specie perché la sua concezione di democrazia gli arriva dalla formazione alle Frattocchie di cui sopra. Lì, quando andava a scuola per diventare intelligente, gli hanno spiegato che la storia della democrazia parte da Montefiorino, fulgido esempio nel periodo leggendario della guerra di liberazione, dove le elezioni si tennero in piazza, per alzata di mano, sotto lo sguardo cupo dei partigiani rossi e delle loro bocche da fuoco. Certo, fu espressione di consenso popolare, anche se un tantino “incoraggiato” da una campagna elettorale condotta con i mezzi spicci allora disponibili. Ma, se quella è l’idea di elezione democratica che alberga nella capoccia di D’Alema, non bisogna stupirsi se nel concetto possano rientrare anche “partiti” in stile Hamas.
Il secondo motivo, stavolta più “pragmatico”, sta nella considerazione che isolare Hamas (e con lei Hezbollah) potrebbe spingere questa specie di confraternita di missionari nelle braccia di Al Qaeda. Se la prima argomentazione si può spiegare con il lavaggio del cervello subito da giovane speranza del Partito, questa seconda si può comprendere soltanto pensando che sia un ingenuo, o che sia in malafede, come la claque di Diliberto.
Intanto sappiamo tutti che il sistema di valori di Hamas (e di Hezbollah) è già quello di Al Qaeda senza bisogno di spinte o di incentivi. Tutt’al più, Hamas ed Hezbollah hanno un diverso assetto operativo: per farla breve, Al Qaeda ragiona come una holding e coltiva ambizioni panarabe e panislamiche in salsa antioccidentale senza un preciso vincolo territoriale, le altre due sono organizzazioni più locali e più impegnate nello scontro frontale con Israele. Ma sono differenze organizzative e di scopi specifici, non di “valore”. In più, considerando che né Hamas né Hezbollah (in questo in buona compagnia di Fatah) non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele, allora aprire loro le porte del negoziato elevandole ad interlocutore istituzionalmente credibile impone la scelta di abbandonare Israele al suo destino e di dare per scontato che uno dei sistemi utilizzabili per essere legalmente inclusi nel novero delle forza democratiche e politiche è il tritolo. Mi sembra, da profano di politica internazionale, un azzardo accettabile con qualche remora solo alla sede del Partito di Sesto San Giovanni dopo un’abbondante libagione.
Il problema, invece, è che costui è veramente convinto di quello che dice aggiungendoci la scolastica critica all’occidente incapace di dare esempi di democrazia e tutto preso dalla frenesia di andare a spasso con i dittatori. Oddio, detto da lui che lo shopping per le vie centrali di Beirut lo fa con i suoi amichetti di Hezbollah nella pausa tra un’autobomba e un lancio di razzi su insediamenti civili fa ridere, ma potrebbe anche fare incazzare. La verità è che la strategia di politica estera italiana è stata sbagliata dall’inizio perché volutamente ancorata ad una serie di obbiettivi innaturali e impossibili. Innaturali perché non siamo una teocrazia e non siamo neanche un paese di cultura e di religione islamica: senza questi requisiti, siamo e resteremo nemici dei fondamentalisti, piaccia o no al buon D’Alema. Impossibili perché l’estremismo islamico non tratta per ottenere condizioni di pace stabili, ma solo per consolidare per fasi successive le sue progressive conquiste. Ora, siccome la sinistra ha fatto una guerra santa (quanto si somigliano, però) contro l’occidente sperando che la posizione formalmente critica ci risparmiasse qualche cadavere in giro per il mondo (Andreotti, quanto ci manchi!), adesso che le cose in Palestina sono precipitate i nostri buonisti pacifinti sono in un angolo e non sanno come uscirne.
Del resto gli spazi per il consueto cerchiobottismo sono finiti con il golpe di Gaza: da adesso, o stai con Fatah o stai con Hamas, non è che ci siano molte alternative. Il problema vero è che D’Alema e Prodi ci hanno voluto ficcare in Libano sotto la protezione di Hezbollah e non possono permettersi di stare apertamente con l’occidente, a meno che non accettino il rischio di far tornare dal Libano qualche cassa da morto.
Il che, considerando le buone prove fornite in tema di politica interna, metterebbe la parola fine all’esperienza della sinistra al governo. E sarebbe una fine, mica un’alternanza.
A dimostrazione che la sinistra italiana, fuori dalla propaganda dei partiti democratici, vive solo quanto più si ancora alla sua storia violenta e antidemocratica. All’estero con Hamas, in casa con l’ala radicale. E’ sempre la solita storia: si fanno invitare a pranzo dai cannibali senza accertarsi se l’invito li preveda ospiti oppure pietanza.
(Nella foto, un pranzo di sinistra)














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