
In un Paese dove sono le segreterie di partito a decidere cosa sia e cosa non sia reato, secondo il teorema Filippelli al quale nessuno sembra aver prestato attenzione, è del tutto naturale che la polizia, per il solo fatto di esistere, un po’ nuoccia all’immagine complessiva della nazione causando danni consistenti. Sulla consequenzialità logica dell’assunto non si può obbiettare nulla, e quindi è assolutamente doveroso accendere la luce verde del semaforo anche ad Ermete Bogetti, procuratore generale della Corte dei Conti in Piemonte il quale, approfittando dell’enorme quantità di tempo libero che l’incarico gli concede, si scervella dal 2005 sul modo di portare in tribunale la polizia colpevole di aver agito per sgombrare le occupazioni stradali dei No TAV a Venaus e dintorni.
I fatti ce li ricordiamo ancora abbastanza bene, quindi non vado a riesumare i giorni gloriosi dei raduni montani durante i quali i professionisti della rivoluzione organizzarono i loro happening ideologici sfoderando la collezione autunno inverno di spranghe e di passamontagna.
Guardando la televisione, Bogetti non pare si impressionò più di tanto di fronte all’accozzaglia di energumeni impegnati nell’opera di devastazione e di saccheggio per le quali sono attualmente imputati alcuni degli intellettuali presenti nei giorni caldi, ma di fronte alla “carica” della polizia, chiamata a ripristinare un minimo decente di legalità, c’è rimasto male.
Lui dev’essere uno di quelli che alla forma ci tiene e mai si sarebbe aspettato che, in situazioni del genere, la polizia potesse ricorrere a metodi di convincimento più articolati di quelli normalmente usati da lui e dai suoi colleghi. Ci rimase talmente male che incaricò la Guardia di Finanza e il sindaco di Venaus di raccogliere prove dei misfatti per valutare se ci fossero gli estremi per imputare qualcuno di danno erariale.
Del resto, il procuratore ha ragione nel sostenere che la polizia debba proteggere i cittadini e non aggredirli gratuitamente, ma resta il dubbio che quel “gratuitamente” si possa utilizzare con ampia generosità a proposito di gruppi che non perdono occasione per fare casino. Si intendono i gruppi in borghese, ovvio, non quelli in divisa blu.
Bene, questo signore ha impiegato il suo tempo - dalla fine del 2005 fino ad oggi -, tempo remunerato in modo più che soddisfacente, a verificare non se la polizia abbia agito in modo illegale, ma se tali azioni possano aver danneggiato, in qualche maniera, l’immagine del Paese.
E’ bene sapere, infatti, che la Corte dei Conti si occupa, per l’appunto, di conti e non di giudicare illegali o meno le cariche delle forze dell’ordine.
In questi termini, si tratta di un’indagine di enorme utilità collettiva, soprattutto ben costruita e ottimamente motivata, foriera di grandi soddisfazioni per le casse pubbliche quando sarà il momento di quantificare i molto improbabili risarcimenti. Ed è altrettanto utile per le possibili conseguenze, perché se ogni volta che qualcuno si mette a spaccare vetrine nel convincimento che si tratti di una forma di libertà di espressione democratica del suo dissenso, potrà contare sull’inerzia della polizia che giammai si metterà a rischio di rilievi contabili per aver provveduto a fermare, magari con le cattive, un povero stronzo.
Che poi, a guardarci bene, quanto varrà l’immagine dell’Italia? Siamo sicuri che il nostro “marchio”, considerato nell’immaginario internazionale come il simbolo ad una classe politica ladra, corrotta, incapace e mentitrice abbia un valore positivo? Chi se lo compra il nostro marchio? E per farne cosa?
Naturale che la polizia, economicamente, non rischi alcunché. Lo ammette perfino il buon Ermete quando, nel rispondere alla domanda su chi dovrebbe assumere la responsabilità dell’eventuale risarcimento allo Stato, dice che non gli sembra probabile che la faccenda porterà a questo e che:
«[…] alla fine, le forze dell’ordine stavano operando contro uno stato d’illegalità. Dunque, sin qui, tutto regolare. E’ il modo che non va»
Capito? E’ il modo che non piace a questo sensibile vecchietto. La prossima volta offriamo fiori e cioccolatini e speriamo che risultino graditi, altrimenti possiamo prepararci fin d’ora alla valanga di critiche sulla scelta della pasticceria che verrà prontamente e democraticamente data alla fiamme. Adesso lo cito nuovamente questo qua, quando dice:
«[…] se qualcuno agisce in modo da spezzare il rapporto fra cittadini e istituzioni, il pregiudizio [all’immagine, n.d.M.] è evidente. Non vedo differenze con il dipendente pubblico che si macchia di reati d’altro genere e viene condannato dalla Corte dei Conti a risarcire lo Stato per il danno provocato dal suo comportamento».
Ecco, bravo! Non le vedo neanche io. Anzi trovo che il caso di Bogetti ci rientri alla grande, nel senso che iniziative come la sua sono esattamente quelle che contribuiscono a spezzare quel rapporto di fiducia. E, visto che stiamo parlando di quel rapporto di fiducia, cominci a fare le pulci a quelle decine di migliaia di imboscati, raccomandati, fancazzieri e compagnia cantante che trascorrono il loro tempo a pigliare stipendi che non meritano.
Anzi, cominci da un esame di coscienza.
(Nella foto, l’immagine della Repubblica)














Mentre leggevo mi è venuto in mente che la polizia dovrebbe imparare ad usare lo stesso metodo che fu usato contro di loro dai protestatari delle quote latte...
più letame per tutti!
Magari poi gli chiedono di fare le pulizie:-)
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