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Romano corre ai ripari

Sembra che ormai le contestazioni al governo di Romano Prodi non facciano più notizia. E se ci pensate questo è grave, perché alla fine il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso in cui anche la peggiore delle azioni passa per inerzia in un'apatia quasi incontrollabile. Chi ha buona memoria certamente si ricorderà il professore attaccare l’attuale capo dell’opposizione durante i commenti, spesso sgradevoli, delle corporazioni nei passati 5 anni di governo di centrodestra. Ma a poche cose possiamo comparare la disapprovazione a cui abbiamo assistito, pochi giorni or sono, all’assemblea di Confesercenti nei riguardi di Romano Prodi. Sono sicuro che questa volta nel centrosinistra in molti abbiano “alzato le antenne”. E non a torto. Si stanno infatti preoccupando perché a fischiare era sì la platea dei ceti medi produttivi, ma di un organizzazione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere vicina al centrosinistra. E se il presidente di una organizzazione come questa, che storicamente prima andava a braccetto con il Pci per poi abbandonarsi nei Ds, minacci proteste di natura fiscale per via del progetto - ideato da quel “sant’uomo” di Visco - degli studi di settore retroattivi (follia), significa che ormai i confini sono stati del tutto superati. Il fatto che il centrosinistra non sia riuscito a creare quella coesione sociale, centro della campagna elettorale di questo esecutivo, ma che anzi abbia fatto di tutto per divergere dalla base del paese, ha come risultato il fallimento del progetto del governo, se mai di progetto ce ne fosse stato davvero uno. Il crescente scontento poi non fa altro che riversarsi sul costituendo Partito Democratico che in un certo senso è sì un po’ vittima ma anche un po’ untore. Infatti se da una parte il Pd è causa della frattura nei Ds e dell’allontanamento, ormai definitivo, della sinistra radicale (senza la quale non ci sono i numeri per governare nel centrosinistra), dall’altra risente degli attacchi, sia delle istituzioni e sia del malcontento dell’opinione pubblica. E’ proprio dalla “coesione sociale” che va interpretato il fallimento di questo governo e della futura Waterloo del Pd (sempre che non se ne rendano conto in extremis). Prodi infatti sembra averlo capito e sta correndo ai ripari. Qualche settimana fa si era intestardito che un segretario forte nel Pd sarebbe stato deleterio per l’azione di governo (per lui insomma). Stupendo tutti invece, e cambiando radicalmente la sua idea, avrebbe adesso dichiarato l’esigenza di averlo davvero questo segretario, eletto direttamente dall’assemblea famosa dei “45 saggi”. Quello che alla fine Romano Prodi sembra aver capito (meglio tardi che mai) è che legare le sorti del Partito Democratico (già traballante di suo) con quello del governo, sarebbe come consegnare capuccetto rosso nelle mani di un Golem di pietra. Per forza il Pd, se vorrà funzionare, o almeno non morire prematuramente, dovrà trovarsi un suo ruolo di indipendenza rispetto alle critiche impietose che stanno piovendo sul capo dell’esecutivo. Erogate poi da un possibile bacino elettorale favorevole come può essere Confesercenti o la Cgil, solo per fare un esempio, fa capire immediatamente il dramma vissuto dal centrosinistra. Un partito, come quello del Pd che si definisce come il nuovo soggetto riformista del paese (gli piacerebbe), come può sopravvivere senza il consenso degli apparati economici e sociali del paese? Ecco quindi tutta la valanga di nomi usciti sui giornali in questi ultimi giorni (non ultimo il solito Veltroni). Ci sono però due punti da non sottovalutare per il centrosinistra, il primo è che ottobre forse è una scadenza tardiva, perché più il tempo passa e più il centrosinistra perde consenso, e secondo che il famoso nodo della leadership sarà un problema da non prendere sottogamba e di ben difficile soluzione.

A rileggerci

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