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L'orgoglio di governare contro

Il governo Prodi continua pervicacemente a fare collezione di fischi e di sberleffi, ma procede a schiena diritta per la sua strada a dispetto degli avvisi di pericolo che segnalano l’avvicinarsi del baratro. Siamo passati dal positivo “Governare per” della campagna elettorale all’orgoglio del “Governare contro” del primo anno e rotti di gestione fallimentare della casa comune.

Inizialmente si era venduta la necessità di rendersi impopolari con l’esigenza di un risanamento delle casse lasciate vuote dal precedente titolare del condominio. Poi si è scoperto che le casse del tutto vuote non erano, che le decisioni prese nell’ultima assemblea prima del voto hanno contribuito addirittura all’accumulo di un “tesoretto”, ma Prodi si è incaponito nell’applicazione dello schema impopolarità uguale buon governo. Noi, insufficientemente capaci di comprendere il suo disegno, ci siamo meritati – giustamente – anche l’appellativo di pazzi scriteriati.

Così ha caracollato in balìa dei marosi come l’odiato comandante del Bounty provando a fare la faccia cattiva del capo rigoroso e inflessibile che non si cura del malanimo che provoca tra la ciurma. Lui ama essere odiato, così dice almeno, perché l’insofferenza malmostosa nei suoi confronti deriva dall’implacabilità con la quale persegue gli interessi del paese i quali coincidono esattamente con quelli che egli stesso ritiene tali.

Il punto è che l’equipaggio di rigore, per quanto finto, non vuol sentire parlare e che gli ufficiali in seconda non vogliono finire sulla scialuppa abbandonata alla deriva insieme allo pseudo-tiranno. Aggiungiamoci pure che le alte gerarchie non arrivano propriamente dalle migliori accademie del regno, ma hanno più di qualche trascorso burrascoso e difficile da confessare per cui preferirebbero di gran lunga dare soddisfazione alla voglia di forca che striscia sul ponte.

L’impressione è che stiano solo aspettando il momento propizio, come si conviene alle carbonerie, per affondare la lama tra le scapole del capo. Per adesso lo tengono lì, a negoziare con i capobanda sindacali e di partito contando su qualche barlume di lucidità che, di quando in quando, fa capolino anche nella testa di Prodi. Già sulla riforma delle pensioni sembra che il Professore abbia scelto di calare le braghe (quanto si vedrà) perché non è così sicuro che il nemico segga dall’altra parte del tavolo e le ombre, in certe situazioni, non sono messaggere di buone novelle. Su questo tema, tanto per chiarire cosa intendano nei fatti i timonieri della nave, apriamo un breve inciso. Ieri, il buon Epifani ha detto che la rimozione dello scalone sarebbe stata già pagata dall’aumento dei contributi. I casi sono due: o Epifani ignora che il futuro sistema previdenziale si chiama “contributivo”, cioè un simpatico modello che prevede una proporzionalità tra contributi versati e pensione futura, oppure è complice di un trucco contabile perché usare quello 0,3% per finanziare le pensioni altrui si chiama “tassa implicita” e andrebbe contata, al limite, sull’IRPEF. Chiuso l’inciso.

Il nocchiero, si diceva, va giustamente fiero del suo tempestoso viaggio di bolina forse presagendo che si tratta dell’ultima impresa prima del buen retiro sugli appennini reggiani. Per questo pare godere in modo particolare dell’unicità del compito e dà l’idea di mirare al miracolo unico e irripetibile anche se ciò dovesse portare a giocarsi una fetta consistente di futuro, sia del paese sia della sua parte politica. Probabilmente, non gli dispiacerebbe nemmeno tanto la fine del martire perché sa benissimo che i nostri martiri arrivano alla santità politica senza patire soverchie sofferenze. Il punto è che sul piatto ha messo la posta degli altri giocatori, in perfetto stile Old IRI, i quali non sembrano aver preso benissimo l’iniziativa. Sono in pochi, ad essere sinceri, quelli che trovano il “muoia Sansone con tutti i Filistei” uno slogan appropriato per tenere a battesimo la nascita del Partito Democratico e per garantire il proprio personale destino di privilegiati parlamentari. Eppure il novello Amatore Sciesa tira diritto senza curarsi degli ortaggi che gli giungono da ogni dove. Si sente un eroe, un uomo della provvidenza, l’unico che possa purificare un paese di cazzoni nel fuoco dell’utopia. Per questo, molto probabilmente, non finirà il turno di corvee e verrà messo da parte in anticipo. Gli eroi sono una disgrazia in un paese normale, figurarsi da noi. In più, gli uomini della provvidenza, per tradizione locale, finiscono per chiudere la carriera con la testa all’ingiù. E nessuno dei suoi sembra fremere per fargli compagnia.

(Nella foto, la tempesta perfetta)

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ritratto di Mthrandir
 

Prodi è un caso paradossale. Più si affossa, più si rintana nel suo pertugio, più sta alle corde, più ci si aggrappa, più è lasciato solo, più si immedesima nel più pervicace ed "eroico" stoicismo. Se non fosse tragicamente vero, sarebbe incredibile. Semplicemente, fa comodo, per il momento, a troppi.

Temo di si. Il chè non depone troppo a favore di chi ce lo tiene:-)

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