
Tra 11 giorni scocca il D-Day per decidere se far sbarcare il proprio TFR sulle spiagge insidiose dei fondi pensione o se tenerlo “al sicuro” nel posto dove attualmente schiaccia il suo eterno pisolino. Il soleventiquattr’ore di oggi pubblica qualche interessante tabellina che sintetizza i principali orientamenti dei lavoratori e ne trae indicazioni poco incoraggianti.
In sintesi, le percentuali di adesione ai fondi pensione si aggirano intorno al 30%, un quarto in meno di quella stimata dal governo, e la causa principale, almeno secondo gli analisti del quotidiano, è stata individuata nella scarsa fiducia che gli italiani ripongono nei fondi “privati”. Si azzarda anche un qualche rimprovero ad una comunicazione debole, ma siamo sempre nell’alveo di una teoria politically correct che ribalta su chi deve prendere la decisione la “responsabilità” di non volerla (ancora) prendere.
Si parla di occasione perduta, ma c’è spazio per un ottimistico ripensamento futuro da parte dei resistenti. Insomma, siamo un popolo abitudinario e conservatore che teme come il fuoco la modernizzazione e il cambiamento. In parte è vero, ma i signori analisti dimenticano di mettere nel carnet delle cause altri fattori che un peso ce l’hanno e che, valutati con meno approssimazione, forse farebbero pendere la responsabilità della rivoluzione mancata su altri piatti della bilancia.
Parliamo pure di sfiducia o di una reazionaria cocciutaggine nell’investimento immobiliare, ma omettere di rilevare che i gestori istituzionali non abbiano fatto alcunché per meritarsi questa fiducia è delittuoso. Le esperienze collettive dei bond argentini, di Parmalat e di Cirio - tanto per fare qualche esempio -, ma anche la tradizionale opacità delle offerte delle banche e delle compagnie assicuratrici forse hanno avuto un ruolo nel determinare questo clima. Basta fare un giro in una qualsiasi filiale bancaria per notare gli sguardi rassegnati della clientela, indecisa se alzare le mani di fronte al tizio in passamontagna o a quello in cravatta e maniche di camicia che siede scocciato di là dal vetro antiproiettile. Saranno anche clienti conservatori, ma affidarsi alla modernità delle banche sembra un atto non di coraggio, ma di temerarietà. Lo stesso vale per le compagnie che sono di fronte all’enorme mole di scadenze delle polizze vita strappate negli anni ottanta-novanta a caricamenti astronomici e che debbono provare a convincere la loro clientela che è stato un buon affare.
Seconda considerazione. Qualcuno ha contato le “riforme” previdenziali che si sono succedute dal 1993 ad oggi? Non deve essere troppo impegnativo ammettere che, quando esiste un’incertezza costante sulle regole, i giocatori tendano a stare sulla difensiva sperando di non rimetterci le penne. Centellinare le trasformazioni in periodi di tempo così lunghi sarà anche elettoralmente conveniente, ma mi pare un modo di procedere un pochino destabilizzante. Aggiungiamoci un’altra considerazione: da un lato il governo impone una scadenza epocale al 30 giugno per la scelta sul TFR, dall’altro lo stesso governo inizia a discutere di previdenza da oggi. E’ pensabile chiedere di fare una scelta univoca sul futuro del TFR quando non si sa se, dopo aver cambiato le carte, una doppia coppia varrà più di una scala colore? E’ colpa di chi nicchia o di chi parla a spizzichi e bocconi e, quel poco che dice, non si capisce cosa voglia dire? Terzo: come sottolinea il Sole, abbiamo un ministro che pubblicizza i fondi pensione, un altro che li vede come fumo negli occhi e un terzo che vorrebbe riformare la riforma. Perché un lavoratore normale dovrebbe fidarsi di gente palesemente anormale?
Terzo pensierino di giornata: l’informazione. E’ stata debole, specie quella istituzionale. Verissimo, ma è stato un caso? Il silenzio assenso porterà il TFR nei fondi di categoria (cogestiti dai sindacati) e le scelte di mantenerlo alle vecchie regole, per i dipendenti di aziende con più di 49 dipendenti al 31.12.2006, andrà a gonfiare il conto corrente di tesoreria dell’INPS al quale Padoa Schioppa potrà attingere liberamente per finanziare le spese che riterrà utili. Sfiducia (conto corrente INPS) e indifferenza (fondo di categoria cogestito) a chi fanno comodo?
C’è indubbiamente qualcosa di congenito nell’atteggiamento degli italiani nelle scelte conservative di investimento, ma le opinioni si formano – e si cambiano – anche in funzione di ciò che si vede accadere all’esterno. Nessuno va in banca durante una rapina per il gusto di provare l’emozione di un confronto dal vivo con una mitraglietta Skorpion. E nessuno di buon senso si porta appresso il proprio futuro per giocarselo, in una mano sola, al tavolo dei bari.
(Nella foto, una scelta difficile)














Teniamo anche conto di un'altra cosa: i Fondi di previdenza non hanno raccolto molti consensi a causa dell'irreversibilità della scelta, e della modalità di erogazione della liquidazione alla scadenza.
Il fatto di non poter mai più cambiare idea a posteriori ha allarmato parecchi lavoratori (tra cui il sottoscritto e buona parte dell'azienda in cui lavora), e il fatto che alla scadenza verrà emesso un vitalizio (ossia sarà impossibile ottenere subito l'intera cifra - a meno di situazioni GRAVI documentate di salute et similia) deve aver fatto poco piacere a chi si aspettava la liquidazione magari per comprarsi una casa al mare o in montagna...
vada per l'irreversibilità, anche se il ripensamento lo vedrei difficilmente applicabile. Quanto alle prestazione, obbietto. L'obbligo di percepire la rendita ci sarà soltanto se la pensione "offerta" supererà un certa quota dell'assegno sociale minimo che è 5.500 euro annui. In soldoni, quel limite sarebbe superato solo in prossimità di un capitale maturato stimabile attorno agli 80-90 mila euro. Nei fatti, quasi tutti avrebbero i titoli a chiedere una liquidazione interamente per capitale, per di più a condizioni fiscali di favore (15% secco al massimo contro la tassazione separata del TFR che, ad aliquote attuali, non potrebbe essere mai inferiore al 23%)
Io di economia, mea culpa, non me ne intendo. Ma so una cosa: per quando ci dovrò andare io in pensione, probabilmente le pensioni non esisteranno più, avremmo pagato 50 anni di contributi allo Stato a fondo perduto giusto per mantenere il parassitismo pubblico, e quindi dico: ma se i soldi me li tenessi io, li investissi e a 90 anni quando mollerò il lavoro magari ne uso i frutti? O devo comunque pagare lo Stato tutta la vita, considerando che NON E' IN GRADO DI GARANTIRMI UNA PENSIONE???
Vaalyah ha fatto un'ottima proposta...è un po' quello che temo anch'io. Del resto ho visto da vicino una situazione più o meno simile: una signora che conosco ha smesso di lavorare quando era giovane per dedicarsi alla famiglia ma ha continuato a pagare i contributi volontari perchè la legge prometteva una pensioncina adeguata raggiunta a una certa età.
Nel '92 hanno cambiato le regole del gioco e adesso quella bella pensioncina sarà sì e no di 200 euro al mese.
Anche io sarei d'accordo a tenermi la quota di Tfr e a investirlo come voglio ma questo non accadrà MAI!
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