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Il gioco dell'OCSE

I governi italiani sono tradizionalmente permalosi, specie quando si sentono criticati dall’estero. In qualche caso hanno ragione, ma il più delle volte reagiscono come adolescenti di fronte al rimprovero dei genitori: sbuffano, si arrabbiano e piantano il muso.

Per non smentire la tradizione, anche Romanuccio Prodi si è seccato con l’OCSE il quale, solo qualche giorno prima, aveva provato ad usare parole cortesi nei confronti dell’operato del governicchio medesimo. Non che l’avesse esattamente promosso, ma diciamo che aveva avuto un qualche riguardo nel giudicare la situazione d’insieme.

Chiaro che la minoranza di governo non ha perso tempo e si è messa a gridare ai classici quattro venti quanto all’estero siano entusiasti di loro e ci è rimasta male perché, in tema di pensioni, il guanto di velluto si è trasformato in guanto di carta vetrata.

In tema di pensioni siamo messi maluccio, dice in sintesi l’OCSE, perché siamo lenti con le riforme e perché il sistema, senza correzioni, è destinato ad andare fuori equilibrio.

Una notizia che non è una notizia visto che lo sapevamo già quasi tutti tranne Ferrero e la Trimurti sindacale. Cioè, lo sanno anche loro, ma devono recitare la parte dei capi rivoluzione proletaria sperando di incontrare, prima o poi, un operaio che li riconosca.

Siccome il giudizio dell’OCSE è stato ritenuto una vera provocazione diplomatica e un attentato barbaro e violento alla serietà del governo, Prodi ha preso il pallone e se n’è andato lasciando gli altri a meditare sulla gratuita cattiveria del gesto. Un atteggiamento maturo e responsabile, ma motivato. Infatti i nostri tecnici sostengono che l’OCSE abbia fatto male i conti e che la situazione che descrive sia fuorviante. Infatti, hanno costruito le loro previsioni usando una serie di ipotesi che non sono adeguate a rappresentare la realtà italiana. Fedeli al motto che “Noi siamo diversi, una peculiarità non inquadrabile in un conteso generale” i mammasantissima della statistica hanno inviato una lettera formale di protesta ai mammasantissima dell’OCSE dicendo che non è vero che da noi si entra nel mondo del lavoro a 20 anni e se ne esce a 65: noi si lavora molto meno, circa 31 anni. Immagino le risate che si son fatti a Parigi visto che sono stati rimproverati di aver usato un’ipotesi di stima che poggia su un parametro più generoso della realtà. Gli abbiamo fatto anche notare che la metodologia utilizzata non tiene conto del fatto che il lavoratore può anche fare carriera, pur sapendo che stiamo ciurlando scientemente nel manico. Qui la carriera la fanno i soliti noti seguendo schemi poco adatti alla stima statistica. Evidentemente, lo sanno ovunque.

Nei fatti, però, resta che il conto dell’OCSE è tutto fuorché poco credibile: dire che che il futuro tasso di sostituzione tra stipendio e pensione sarà pari a circa il 50% - cioè che le pensioni retributive copriranno il 50% dell’ultimo stipendio – è un calcolo che non è per niente fuori dal mondo. Anzi, è abbastanza ragionevole e collocato a metà della forbice 45-55% che hanno indicato un po’ tutti gli analisti del settore.

Il punto è che, tutte le volte che si parla di numeri, la propaganda mancina, e prodiana in particolare, va in difficoltà enorme perché un conto è rivendicare l’atteggiamento riformista della sinistra autrice di tutte le grandi riforme, un altro conto è spiegare i numeri di quelle riforme alla gente che ti dovrebbe votare. A scanso di equivoci, qui si è favorevoli a quelle riforme e sostenitori della necessità di una riduzione dei coefficienti di conversione, perché sono ben altri i punti sui quali lorsignori dovrebbero dare spiegazioni.

Possono anche non firmare i rapporti dell’OCSE o far finta di combattere con le armi scariche delle pensioni basse dei poveracci, ma dovrebbero spiegare alcuni perché della riforma del TFR che hanno voluto anticipare a tutti i costi. Straparlano dello scalone Maroni, ma sanno di avere in mente qualcosa di peggio. Perché, chiedo io, continuano ad annunciare cambiamenti nel settore della previdenza sapendo che le loro vacue discussioni generano ansia ed incertezza in chi dovrebbe scegliere dove destinare il TFR? Visto che loro non rispondo, azzardiamo la vaga ipotesi che l’incertezza spingerà moltissimi a stare in silenzio (e il TFR andrà ai Fondi Chiusi dove gli interessi dei sindacati sono fortissimi) o a scegliere di mantenere il TFR in azienda (e quello dei dipendenti di aziende con più di 49 addetti finisce dritto nel conto di tesoreria dell’INPS al quale il governo potrà attingere liberamente anche per comprare gomme e matite). Perché hanno anticipato i tempi della riforma costringendo la concorrenza dei fondi chiusi a fare tutto di corsa per avere le autorizzazioni della COVIP? Perché se scegli il fondo chiuso hai un vantaggio potendo obbligare il datore di lavoro a versare una quota e se ne scegli uno aperto no?

Questo il rapporto dell’OCSE non lo spiega e non lo spiegano nemmeno i ministri inquisitori dell’economia. L’OCSE stende un velo pietoso perché non può infierire eccessivamente, gli altri glissano perché sanno fin troppo bene che, al gioco dell’oca, partecipano coi dadi truccati.

(Nella foto, pensionati felici)

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ritratto di Mthrandir
 

a quando il TFR ai fondi Coop? :)

Molto presto, sii fiducioso:-)

Ho visto "Matrix" sul caso Visco. Già che c'era Maroni come ospite, Salvi ha approfittato per rinfacciargli lo scalone e dirgli che "a fare così le riforme sono capaci tutti". Maroni allora gli ha chiesto perchè non lo tolgono lo scalone, visto che gli dà tanto fastidio. Salvi naturalmente non ha risposto e ha tergiversato. Non sanno manco loro cosa fare, te lo dico io.
Sul Tfr mi sfugge una cosa: ma se io decido di tenerlo in azienda, non resta alla stessa com'è sempre stato, ingrossando nel tempo la liquidazione finale che mi spetterà quando finisce il mio rapporto di lavoro con la suddetta? No, perchè i fondi chiusi sono una fregatura, è evidente. Però tu dici che se si decide di tenerlo in azienda, il Tfr va all'Inps per finanziare le infrastrutture (e quindi quando cesso di lavorare mi viene dato o mi rispondono che ho contribuito alle grandi opere di questo Paese e che quindi devo essere orgogliosa di questo e accontentarmi?).

Mi sono informata e ho trovato questo:
"I lavoratori dipendenti del settore privato (e presto anche delle Regioni e degli enti locali, n.d.a.) hanno la possibilità fino al 30 giugno di decidere se destinare il proprio TFR futuro a una forma di previdenza integrativa o se mantenerlo in azienda.
Dopo il 30 giugno, è prevista l’applicazione del sistema del silenzio-assenso: il TFR dei lavoratori che non avranno espresso la propria volontà verrà trasferito automaticamente alla forma di previdenza complementare prevista dal contratto o accordo collettivo oppure, in sua assenza, al FONDINPS (per le famose infrastrutture, penso)"
Ma se decidi di mantenerlo in azienda, resta all'azienda. Per cui cosa intendi quando dici che va in un conto di tesoreria dell'Inps da cui il governo potrà comunque attingere?

Gloria, è una cosa più complicatina. Il TFR inoptato (un dipendente che non si esprime) va a previdenza complementare (fondo chiuso se c'è, se non c'è al fondo previsto da eventuali accordi colelttivi; se non c'è manco questo, al fondo al quale hanno aderito la maggioranza dei dipendenti dell'azienda che hanno scelto; se nessuno ha scelto, FONDINPS che è una gestione previdenziale gestita dall'INPS). Diverso è il caso della tesoreria. In tesoreria va il TFR che il dipendente ha scelto di mantenere in azienda se l'azienda per cui lavora ha più di 49 dipendenti. In termini formali, non cambia niente perchè rivalutazioni e accantonamenti seguono le regole vecchie, la liquidazione la darà il datore di lavoro, ma gli accantonamenti non resteranno nei bilanci delle aziende, ma dovranno essere versati nel conto di tesoreria dell'INPS. Da quel conto (il governo conta che ci finiscano circa 5 miliardi di euro) il governo potrà prelevare quello che vuole per farne ciò che vuole. In sintesi, una volta il TFR serviva a finanziare le attività aziendali, da domani servirà a finanziare l'attività del governo. Si chiama rapina.

La rapina, se vogliamo, è il male minore. Il punto è che, oltre ad estorcere un prestito a ciascun lavoratore, di fatto, a lungo andare rallenteranno l'economia, non potendo più le aziende investire il denaro dei propri lavoratori.

Ma questo a loro non interessa. A loro interessa far quadrare i conti bene e subito. Come dire: stanno pulendo, ma nascondono la polvere sotto il tappeto.
Chissenefrega domani , tanto ad alzare quel tappeto ci sarà qualcun'altro...

C'è un altro fattore da considerare. Il datore di lavoro pagherà il TFR (anche le anticipazioni) e poi potrà compensarlo con i versamenti dovuti. A lungo andare, si creerà una forbice tra versamenti e liquidazioni che spingerà le aziende verso una posizione di credito verso l'INPS perchè i soldi l'INPS li usa per finanziare le spese del governo. Il buco indovina chi lo copre e come?

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