Esiste almeno una nazione dove la possibilità di dichiarare fallimento è una gradita novità da un paio di giorni: la Repubblica Popolare Cinese.
Nella tradizione cinese, i debiti passavano di padre in figlio, senza possibilità di negoziazione. Sotto il regime maoista, vengono solitamente ignorati o risolti con una pallottola nella nuca del burocrate che li ha "permessi".
Il capitalismo senza la bancarotta, sosteneva l'imprenditore Frank Borman, è come il Cristianesimo senza l'Inferno. Il fallimento è la sanzione definitiva della chiusura di un'avventura imprenditoriale, che permette di azzerare una gestione sballata e salvare il salvabile dell'azienda.
Noi italiani dovremmo saperne qualcosa: l'ossessione per la "macchia" fallimentare ha permesso anche troppo spesso la sopravvivenza di mostri aziendali ai quali lo Stato, e quindi i contribuenti di ogni reddito, hanno sacrificato miliardi di euro. I Cinesi hanno forse iniziato a comprendere: di quante Alitalia, di quante EFIM, di quante Cirio e Parmalat avremo bisogno nel Belpaese, prima di capire che a volte è meglio un taglio netto e ricominciare, anzichè ingessare tutto, imbalsamando e mummificando?
tag: Cina, Italia, Economia, Finanza














Invia nuovo commento