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Lavorare per | La Voce del Padrone
 

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Lavorare per

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Interessante notiziola riportata dal Corrierino dei piccoli, a sua volta ripresa dal New York Times, che conferma quanto si sospettava da tempo: i ricercatori, specie quelli che si dedicano anima e corpo all’indagine dei misteri economici, del marketing o del lavoro sono pagati per scoprire svelare ai loro committenti, e alle masse, l’esistenza di enormi giacimenti di acqua calda.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato individuato negli Stati Uniti i quali, per una volta, non sono decenni avanti agli altri, ma si scoprono inesorabilmente simili al resto del pianeta: pare che delle 45 ore passate sul luogo di lavoro, 16 siano totalmente inutili consistendo nel mero presidio di un tavolo. Non voglio nemmeno chiedermi quanto sia durata la ricerca, ma se mi avessero mandato una mail la risolvevamo in cinque minuti e sui giornali finiva un italiano a dare lustro all’orgoglio nazionale. Invece, ci siamo fatti fottere dagli americani su un terreno che ci è particolarmente congeniale e del quale sappiamo tutto.

I nostri amici d’oltreoceano hanno notato che le riunioni, ad esempio, servono spesso al nobile scopo di consentire ai partecipanti di legittimarsi a vicenda il tempo perso e a prenotare il prossimo. Poi c’è Internet, che divora minuti su minuti, “l’imail”, il trasferimento costante delle carte, il caffè, la sigarettina, la telefonatina, eccetera eccetera. Analisi condivisibile, realistica, ma con una pecca non di dettaglio. Se tutti i fattori elencati contribuiscono a ridurre il tempo libero per lavorare del singolo, i numeri dello studio non sono credibili perché trascurano di considerare gli effetti combinati. Riflettendoci, se la telefonatina te la fa uno che sta occupandosi del suo momento di inefficienza quando tu ti stai occupando di produrre, o i tuoi vicini di scrivania decidono di prendersi una pausa da spendere a discutere dei saldi sempre nel momento in cui qualcun altro sta producendo il suo risultato, è intuitivo che anche il massimo sforzo di chi sta lavorando risentirà del clima ostile nel quale viene prodotto. Risultato, quelle 16 ore sono certamente contate per difetto.

La Microsoft deve esserci rimasta male quando l’ha saputo, eppure bastava guardare come funzionano i suoi software per rendersi conto che ci sia qualcosa che non quadra. Ma non se la prendano, perché se di là dal mare le ore utili, quelle spese al massimo del potenziale umano, sono quattro o cinque al giorno (dalle 11 circa alle 16), qui da noi siamo più portati alla prestazione sulla distanza corta che su quella media, specie quando gli atleti esprimono le loro performance indoor, cioè nei palazzotti dell’amministrazione pubblica. Lì sono tutti dei centometristi e, in più, si infortunano piuttosto spesso.

La risposta al problema sembra essere l’ampliamento dell’orario flessibile e un recupero dell’orientamento al risultato. Testualmente: “Guarda quello che produco e non come lo produco”.

Oddio! Verrebbe da obbiettare che anche il “come” abbia la sua porca importanza perché, tanto per fare un esempio, acquisire appalti in cambio di tangenti è più efficiente della scocciatura e delle lungaggini della partecipazione ad una gara onesta, ma anche un approccio di marketing un filino discutibile. A parte le situazioni limite, l’idea non sarebbe neanche da scartare, ma da noi è assolutamente inapplicabile per una lunga serie di motivi. Lasciare i lavoratori troppo liberi e convincerli che un risultato è più importante del rispetto scientifico dell’orario è una visione che farebbe venire un infarto ad Epifani e manderebbe nel panico l’intera trimurti. Non parliamo delle ferali conseguenze. Un sistema che guarda al risultato diventa, per forza, un sistema che premia il merito. E, siccome il merito non ci azzecca con l’egualitarismo perché non tutti lo possiedono nella stessa misura, addio rivendicazione contrattuale di massa e fine dell’occupazione della Milano-Varese con grave impatto sui momenti di socializzazione autostradale che da noi sono fondamentali.

C’è un’altra riflessione che deriva dalla lettura degli strepitosi risultati della ricerca, in particolare quando si sostiene che chi sta troppo in ufficio (il ché non equivale, come si è visto, a lavorare molto) lavora male. Visto da un’altra prospettiva, si potrebbe pensare che chi organizzi le riunioni – che sono perdite di tempo – di notte – che vuol dire stare troppo in ufficio – e ne esca avendo firmato l’aumento salariale di 101 eurini a favore del pubblico impiego non abbia perseguito esattamente gli interessi del Paese in modo utile e al meglio.

Siamo onesti. Il dubbio ci era già venuto. Ma adesso abbiamo le prove.

(Nella foto, il giorno dopo il rinnovo)

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ritratto di Mthrandir
 

ciao Mthrandir, mi hai reso curioso di cosa devi parlarmi?....nel frattempo cari saluti. giusva.

Abbi fede e saprai...:-)

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