
Quando non sanno più a cosa attaccarsi, arriva il richiamo alla assoluta e inderogabile necessità di recuperare un sistema valoriale che si fondi su una ritrovata etica pubblica capace di mettere al centro la questione morale perché bisogna ridurre la distanza tra classe dirigente e società civile nell’ottica di un nuovo e più costruttivo rapporto di collaborazione che consenta al Paese di intraprendere la strada delle riforme e della modernizzazione.
L’abbiamo imparato a memoria, come Napolitano, e siamo al punto che ci basta l’incipit per poter concludere la manfrina per conto nostro. In particolare, da questa parte qua ci sentiamo ripetere il noioso ritornello da decenni con l’aggiunta dell’autorivendicazione di una superiorità morale che, nel dopo “Abbiamo una Banca!”, ha mutato se stessa in languida diversità perché la differenza resta. Io ricordo, e con me credo siano in moltissimi, un Silvio Berlusconi disarmato che ammetteva, in un afflato di sincerità politicamente scorretto, che a certi prezzi, rifiutarsi di pagare era comprensibile. Parlava di imposte e di aliquote e fu sommerso di improperi dagli ayatollah del rigore e dalla schiera degli oranti che piansero lacrime amare seguendo il feretro della loro dea morale. Che è sempre quella degli altri, come la mamma o la sorella di facili costumi, con le quali gli integerrimi non disdegnano di trascorrere qualche di tranquillo relax.
Da ieri sono nudi anche loro, e non perché prima vestissero panni castigati, ma perché accade che un ministro toccato dalla grazia divina si trovi costretto ad ammettere che è solo questione di trovarcisi in certi momenti per non avere alternative. Ai pompieri, già smutandatisi davanti al portone di casa del premier, ha consigliato candidamente di non pagare gli affitti dirottando le risorse disponibili al riempimento dei serbatoi dei mezzi per il semplice motivo che il benzinaio ha un potere ritorsivo più immediato dello sciagurato che mette a loro disposizione i locali.
La folla, silente e in gran parte ignara, approva perché, se la situazione è questa, è colpa di qualcun altro o perché, in mancanza di un berlusconi, ci la si può sempre prendere col sistema. E, si badi bene, col sistema che non c’è, quello del capitalismo feroce e del taglio del welfare e dello stato sociale, quello dell’iniqua ripartizione delle ricchezze e dell’abbandono dei meno fortunati.
Continuano a credere indefessamente ad una realtà virtuale che ribalta i rapporti tra Second Life e la visita settimanale al supermercato: sono avatar di se stessi che accedono svogliatamente alla vita reale seguendo lo schema inverso di Matrix.
E si indignano, protestano per l’ostinazione con la quale i fatti smentiscono le loro perfette ipotesi continuando a ripetere paranoicamente i calcoli che dimostrino le loro assurde teorie.
Sono già pronti: ecco il risultato del liberismo selvaggio, non ci sono i soldi per i pompieri. E’ il liberismo dei 16,5 miliardi di euro (dati 2004) divorati dalle Province, enti utili esclusivamente a distribuire poltrone, ma in continua espansione perché la sede provinciale, ormai, non si nega a nessuno. Ce ne sono altre 28 in lista di attesa perché sono in troppi gli allergici ad una occupazione utile. Ma è anche il liberismo che costringe ognuno di noi a lavorare per quasi sette mesi all’anno a favore di un socio che incassa e non offre che complicazioni, difficoltà e inefficienza. E’ il liberismo della rivolta per 10 euro di ticket, del tutto per tutti, del diritto allo stipendio, dei 101 euro mollati di notte ai rivoltosi che minacciano gli scioperi al venerdì e al lunedì così si fa il week end lungo.
E’ il liberismo dei medicinali e dei carburanti alle Coop, dell’italianità difesa dagli oligopoli bancari, delle svendite agli amici. Questo è il paese reale, fatto di corporazioni potentissime, di clientes, di assistenza e di sovvenzione in cambio di voti, di parassiti sempre più voraci e sempre meno disposti a dare tregua all’ospite.
Ha ragione Prodi quando dice che il paese è malato e che lui è la cura. Ed è drammatico ammetterlo, perché significa che il nostro caso è quello di una di follia collettiva che impone al paziente di farsi curare non dal medico, ma dalla malattia.
(Nella foto, un virus mentre si nutre)














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